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Sapere
Le mele di Chernobyl sono buone
Mezzo secolo di rischio tecnologico

Le mele di Chernobyl sono buone

Il libro
Giancarlo Sturloni, Le mele di Chernobyl sono buone, Sironi Editore
Nel 2006 ricorrono alcuni anniversari un po' particolari. Siamo infatti a 10 anni dalla comparsa della soia transgenica in Europa e dai primi casi di mucca pazza. Celebriamo il ventennale del disastro nucleare di Chernobyl, il trentennale della diossina di Seveso e il sessantennale dei primi test nucleari nell'atollo di Bikini.

Osserviamo questo passato recente e comprendiamo come mai la nostra sia stata definita la "società del rischio", prodotto dell'odierna duplice natura della tecnica: riflessiva - il soggetto-uomo non manipola più solo l'oggetto-ambiente, bensì, con le biotecnologie, anche se stesso - e autonoma, poiché si autoriproduce senza che l'intervento umano sia necessario e, secondo alcuni, senza che la nostra volontà,e quindi l'agire politico, possa controllarla.

La crescita della sensibilità ecologica nel corso del Novecento testiminia la diffusa consapevolezza del rischio con cui siamo costretti a convivere. Evitando gli scenari apocalittici, ci chiediamo: è possibile governarlo?

Alcuni segnali sembrano dirci che anche la politica si pone ormai il problema e comincia faticosamente ad uscire dall'ideologia dell'interesse nazionale tradotto in crescita a ogni costo. Da pochi giorni si sa per esempio che il Paese con il tasso di crescita più elevato, la Cina, ha in programma di ridurre le emissioni inquinanti del 10% entro il 2010, ponendosi come obiettivo ultimo un sistema ad emissioni zero.

Ma questa impostazione "dirigistica" non incontrerebbe certo i favori di Giancarlo Sturloni che, con Le mele di Chernobyl sono buone, sostiene che il controllo del rischio può funzionare solo se accompagnato da una "democratizzazione della scienza".
Cosa significa? Non si tratta di rinunciare al sapere specialistico, ma di fare in modo che esca dalla torre d'avorio e che sia messo a disposizione degli attori sociali, al di fuori della ristretta cerchia degli scienziati: scienza e tecnica devono confrontarsi con la società invece di crearla senza filtri.

Attorno a questi concetti ruota il libro, che ripercorre la storia di tutti i maggiori rischi tecnologici (talvolta catastrofi) dell'ultimo mezzo secolo, aggiungendovi un surplus di riflessione, informazioni, proposte, indirizzi.
La gestione del rischio necessita di scelte socialmente condivise. Questo libro ci aiuta a essere consapevoli, per partecipare e scegliere di più.

Gabriele Battaglia



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Capitolo 1.
Le origini del pensiero ecologico

Se dovessimo indicare un luogo e una data in cui collocare l’incipit della storia che stiamo per raccontare, allora non potremmo che scegliere una sperduta località del New Mexico, a un centinaio di chilometri da Alamogordo, il 16 luglio 1945. Quel giorno, alle 5:30 del mattino, il deserto viene illuminato dall’esplosione del primo ordigno a energia atomica. La potenza della detonazione è impressionante. Per la prima volta nella storia dell’umanità, una tecnologia si dimostra capace di produrre devastazioni paragonabili a quelle delle grandi catastrofi naturali, come eruzioni vulcaniche o terremoti. I vertici militari statunitensi che hanno coordinato l’esperimento, nome in codice Trinity Test, si sfregano le mani: «Uno o due di questi aggeggi e il Giappone è sistemato» ghigna il generale Leslie Groves. Ha ragione. Poche settimane dopo, il 6 agosto 1945, un aereo alleato sgancia sul cielo di Hiroshima Little Boy (ragazzino), atomica dal cuore di uranio, polverizzando una città di trecentocinquantamila abitanti. Il 9 agosto tocca a Nagasaki, e il Giappone alza bandiera bianca.

Ad Alamogordo la scienza perde per sempre la sua aura innocente. «La fisica ha conosciuto il peccato» commenterà qualche anno più tardi Robert Oppenheimer, il fisico statunitense che aveva ricoperto la carica di responsabile scientifico del Progetto Manhattan. Osservando la sabbia del New Mexico trasformarsi in vetro sotto i suoi stivali, Kenneth Bainbridge, responsabile del Trinity Test, era stato anche più esplicito: «Adesso siamo tutti figli di puttana».



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