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Sapere
Le mele di Chernobyl sono buone
Mezzo secolo di rischio tecnologico

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Impossibile, dopo Hiroshima, considerare la ricerca scientifica un’attività neutrale, svincolata da politica e logiche di potere. Nell’immaginario del Novecento, Hiroshima è il peccato originale di cui si è macchiata la scienza, incrinando il puro mito della ricerca come attività umana mossa soltanto dal gratuito desiderio di conoscenza.

Ricacciare lo spirito nella bottiglia

I fisici che hanno contribuito a costruire la bomba sono i primi a percepire la gravità del rischio in un conflitto atomico, che minaccia di essere l’ultimo combattuto dalla civiltà umana: comprendono che gli scienziati devono cominciare a occuparsi di politica, e che i politici devono iniziare a occuparsi di scienza. Dopo aver conosciuto il peccato, gli scienziati scoprono di avere una grande responsabilità sociale: è l’inizio di quel dialogo sempre più stretto fra scienza e società che caratterizzerà la seconda metà del XX secolo.
Nell’autunno del 1945 alcuni decidono di mobilitarsi e, scegliendo l’attivismo politico, diventano «scienziati per il disarmo»: il 31 ottobre, a Washington, nasce la Federation of Atomic Scientists (Federazione degli scienziati atomici, FAS) con l’esplicito intento di esercitare un’influenza politica su governo e opinione pubblica statunitensi, affinché le armi nucleari siano affidate al controllo internazionale.

Al fine di ottenere il consenso di base necessario a sostenere l’azione politica, gli scienziati americani si offrono alla stampa e partecipano alle trasmissioni radiofoniche dell’epoca per spiegare al pubblico i rischi di una proliferazione nucleare incontrollata. Il 18 dicembre 1945 fondano anche il National Committee on Atomic Information (Comitato nazionale per l’informazione atomica, NCAI), che ha il compito di instaurare un rapporto diretto con il pubblico e «promuovere la più ampia comprensione dei fatti e delle implicazioni dello sviluppo nel campo dell’energia atomica». Nel gennaio del 1946, a Chicago, nasce infine la rivista Bulletin of the Atomic Scientists, la voce del movimento, che invoca il controllo sociale e democratico dell’energia nucleare.

Il 22 gennaio del 1947 Albert Einstein scrive una lettera pubblica a nome dell’Emergency Committee of Atomic Scientists, di cui è appena stato eletto presidente, per ammonire l’umanità della potenza distruttrice dell’atomica, lo «spirito uscito dalla bottiglia», paragonata alla scoperta del fuoco per capacità di incidere sui rapporti umani, contro cui, secondo Einstein, la sola difesa è «la consapevole vigilanza di tutti i cittadini del mondo».

Ma le crescenti tensioni fra Stati Uniti e URSS contribuiscono a impedire che il controllo dell’energia atomica passi, come auspicato dagli scienziati del FAS, dalle mani dei militari a quelle della società civile. Nel 1949 anche l’Unione Sovietica porta a termine con successo il primo di una lunga serie di test nucleari. A partire dal 1951, le quattro maggiori potenze mondiali (Stati Uniti, URSS, Francia e Gran Bretagna) lanciano i rispettivi programmi di armamento atomico, raccogliendo l’eredità di Hiroshima e dando di fatto inizio all’era della guerra fredda.

La detonazione della prima bomba a idrogeno trasportabile, realizzata dagli Stati Uniti sull’atollo di Bikini il 1º marzo 1954, appartiene a questa lunga serie, tuttavia è un evento particolarmente carico di significati. Nel biennio 1953-54 le lancette del Doomsday Clock, l’orologio che dal 1947 compare sulla copertina del Bulletin scandendo il tempo che ci separa da un olocausto nucleare, si portano a soli 2 minuti dalla «mezzanotte atomica» (oggi segnano le 23:53).
E, soprattutto, è quello il momento in cui l’opinione pubblica mondiale prende coscienza delle dimensioni del rischio e rende manifeste le sue crescenti preoccupazioni. Il movimento contro la bomba, che vuole «ricacciare lo spirito nella bottiglia», ha ormai portata globale, per la prima volta nella storia. Come anticipato nel 1952 dal sociologo Robert K. Merton, dopo Hiroshima, e con il succedersi dei test atomici che scandisce la proliferazione degli armamenti nucleari, la scienza irrompe nella società:

Molti […] si sono allarmati e disincantati di fronte a queste dimostrazioni di distruttività umana. La scienza è allora diventata un “problema sociale”, come la guerra, o come il declino continuo della famiglia, o il verificarsi periodico delle depressioni economiche.

© Sironi Editore



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