Home > Liberi di morire > Arrivo a Baghdad
Sapere Sapere
Il libro


immagini e parole


l'altra faccia della medaglia






Shopping
notebook 81x55 Notebook mini o grande?
Contro il carovita risparmia tempo e denaro: confronta tutti i prezzi e acquista in pochi click!


Arrivo a Baghdad
di Sergio Ramazzotti



pagina 1 di 3
avantiavanti
Quando superammo il posto di blocco era quasi buio. Abu Ghalil conosceva la strada e alla testa del convoglio percorremmo uno svincolo che si immetteva nella città. Sull'asfalto, nella luce livida filtrata dalle nubi di petrolio bruciato, vedemmo una postazione di mitragliatrice. Abu Ghalil fermò la macchina. Riverso sulla mitragliatrice c'era il cadavere di un soldato iracheno. Aveva la testa voltata da un lato e ci fissava con un occhio giallastro senza pupilla. Sembrava stesse abbracciando la sua arma come per proteggerla. "È morto" disse Abu Ghalil.
Dopo tante ore di silenzio, la sua voce mi fece trasalire. Mi resi conto che per tutto quel tempo ero stato immerso in una sorta di stupore ipnotico, come se avessi indotto il mio cervello a rallentare le funzioni, per non pensare troppo a dove stavo andando e lasciare che Abu Ghalil mi ci portasse a velocità costante lungo una strada senza curve. Ma non era stata la vista del soldato avvinghiato alla sua mitragliatrice a destarmi dal sogno, bensì la voce di Abu Ghalil che diceva "è morto". E mentre lui parlava, fissavo il cadavere e sentivo serpeggiare dentro di me una sottile e crescente esaltazione. Non era il genere di sentimento da provare di fronte a un morto ammazzato, pensai, e questo non contribuì a migliorare il mio umore.
"Resta fermo ancora un momento" dissi. Alle nostre spalle, gli altri giornalisti cominciarono a innervosirsi e si attaccarono ai clacson. Stava scendendo la notte, l'albergo dove avremmo dovuto riunirci, dall'altra parte del Tigri, era ancora lontano e io perdevo minuti preziosi per starmene lì a fissare un cadavere, cercando di capire perché diamine quell'occhio riverso mi faceva sentire su di giri. Lo seppi, finalmente, e lo so bene ancora oggi che ho la memoria colma dei volti di decine di soldati iracheni morti e di civili iracheni morti e di tante donne e bambini e adolescenti feriti e ustionati e mutilati da poter popolare le notti insonni di un intero anno. Quel soldato, quel povero imbecille fatto fuori da un proiettile ben mirato e spazzato dalla terra assieme alla sua illusione e a quella dei suoi ufficiali di poter difendere uno svincolo autostradale con una mitragliatrice piazzata nel punto più esposto della curva, senza neanche uno straccio di sacchetto di sabbia a proteggerla, quel soldato, nell'attimo in cui mi risvegliai dal disgustoso stato di trance in cui avevo indotto il mio cervello, mi rivelò lo scopo, che la sua anima mi perdoni se mi sente, per cui ero venuto a Baghdad, e sapere d'un tratto e da un portavoce tanto persuasivo di avere uno scopo mi aveva entusiasmato. Non che fossi partito senza, si capisce: neanche il più abietto dei mercenari parte per una guerra senza un'idea precisa del perché ci stia andando. Ma la visione delle cose tende sempre ad affinarsi in corso d'opera, per quanto si possano avere le idee chiare prima di mettersi al lavoro.
Così, quella sera, mentre i giornalisti infuriati strombazzavano alle nostre spalle, seppi con certezza che quel bulbo oculare spento diventava, come se il suo sguardo d'avorio fosse un contratto d'assunzione, il mio datore di lavoro, la musa ispiratrice di tutto ciò che avrei scritto, il fantasma a cui avrei prestato un corpo. Non m'importavano le sue ragioni, né m'importava sapere se avesse combattuto convinto di farlo per una buona causa o fosse stato semplicemente tirato per un orecchio dal suo comandante e, tremante di paura, messo a difendere quella postazione indifendibile. Non volevo sapere se fosse dalla parte dei buoni o da quella dei cattivi. Era morto, questo importava.
E una volta che il muto e angoscioso patto fra me e quell'occhio fu firmato, accesi una sigaretta e dissi ad Abu Ghalil: "Andiamo".

pagina 1 di 3
avantiavanti

Il libro da cui è tratto il racconto
Liberi di morire
Sulle strade dell'Iraq, per vedere con i propri occhi la guerra nascosta.

Stampa
  Invia





Virgilio Desktop Search C6 Messenger Virgilio Screensaver RSS Reader Virgilio Toolbar