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Il volto di Saddam
di Sergio Ramazzotti



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avantiavanti
I mitra e le pistole avevano crepitato per l'intera notte e al mattino andammo in visita all'ospedale, convinti di trovarci le vittime delle sparatorie. Aveva smesso di piovere e l'aria era fresca e odorava di campagna. Due inservienti armati di mitra ci aprirono il cancello e uno di loro ci guidò nel giardino sul retro, dove avevano scavato una lunga trincea orlata di sacchetti di sabbia.
"Per portarci i pazienti in caso di bombardamento" disse.
Da un lato del giardino erano accatastate alcune semplici bare di legno grezzo, dal coperchio di compensato sottile. L'inserviente disse che le bare servivano solo per trasportare i corpi dall'ospedale al cimitero, perché il rito islamico prevedeva che il cadavere fosse interrato avvolto in un semplice sudario di tela.
"Di solito si buttavano via dopo averle usate una volta, ma di questi tempi non possiamo più permettercelo" disse. "Troppi morti."
Sollevammo alcuni dei coperchi e vedemmo che all'interno le bare erano macchiate di sangue. In Iraq non si moriva più senza versare sangue.
"Questi qui sono gli ultimi. Uno è arrivato la scorsa notte" disse l'inserviente indicando due corpi avvolti in coperte di lana a fiori e appoggiati per terra di fianco al mucchio di bare. Sollevò le coperte e due volti sgomenti fissarono il cielo. Avevano le bocche aperte e gli occhi sbarrati e non avevano vissuto più di venticinque anni. L'inserviente disse che uno dei due, un civile, era stato colpito dagli americani lungo la strada di Mosul. L'altro, quello arrivato nella notte, era un ali baba.
"Chissà che cos'erano prima" disse aspro.
"Io lo so" disse Mohamed senza distogliere lo sguardo dai cadaveri, come se fossero stati loro a parlare. "Erano le spighe di grano del futuro."

Nella sala del pronto soccorso trovammo un medico intento a cambiare la fasciatura a uno degli uomini della ronda. L'uomo era disteso sul lettino e gridava mentre un medico, a mani nude, gli tamponava una profonda ferita sul petto. Si era preso una pallottola di striscio e la ferita era una larga scia di carne viva che partiva dallo sterno e attraversava il torace fino alla spalla. Quando ci riconobbe fece uno sforzo per ricomporsi, digrignò i denti e disse: "Gli ali baba, quei bastardi".
Sul letto di fianco, una bambina respirava dentro una mascherina collegata a una bombola e ci fissava con i grandi occhi neri spauriti. Una donna anziana reggeva la mascherina e di quando in quando la staccava dal suo volto e la portava al proprio e deglutiva anch'ella due o tre rapide boccate di ossigeno, come se si trattasse di una minestra. "Si è spaventata per i bombardamenti" disse col tono di chi si sta giustificando, "la notte non dorme più perché fa fatica a respirare."



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avantiavanti

Il libro da cui è tratto il racconto
Liberi di morire
Sulle strade dell'Iraq, per vedere con i propri occhi la guerra nascosta.

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