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Mohammed e gli altri



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avantiavanti
Nel tuo libro c'è una figura simbolo: Mohammed. Una figura molto complessa e contraddittoria. Partiamo da lì?
Mohammed rappresenta il simbolo delle vittime collaterali di ogni guerra. Non ha responsabilità politiche nell'invasione del suo paese ma ha perduto tutto quello che aveva, ha visto sgretolarsi il suo mondo e si trova in un Far West, come lui stesso lo definisce. Mi è sembrato ancora più rappresentativo nella sua involuzione psicologica. Io l'ho conosciuto con un volto, subito dopo l'entrata degli americani a Baghdad, e cinque settimane dopo era un'altra persona. All'inizio era molto dolce, sensibile, creativo, faceva il regista televisivo con un ottimo senso dell'umorismo e sembrava prendere gli eventi drammatici con una certa leggerezza. Quando l'ho lasciato, si era incupito, abbruttito, alcolizzato, aveva sviluppato un odio viscerale verso tutto e tutti e, in particolare, verso la forza di occupazione. Questo processo così scioccante, provocato dagli orrori che ha visto, culmina nel desiderio viscerale di comprare un mitra. Lui che odiava le armi, che ha dovuto turarsi il naso per fare i due anni di militare obbligatori, mi porta al mercato di Ta'jik e compra un Kalashnikov. Quando io gli contesto questo fatto, lui non mi dà una risposta precisa e io non riesco a capire se lui lo userà per difendere quel poco che gli rimane o per offesa, per sparare alla prima pattuglia americana che incontra. Ci lasciamo così, con questa incognita riguardo al futuro di Mohammed, che poi è il futuro di tutto l'Iraq.

E sai che fine ha fatto?
Sì, le notizie sono straordinarie. Mi ha chiamato pochi giorni fa. E' riuscito a scappare ed è a Vienna con un permesso di soggiorno, ma non glielo rinnovano. Per cui gli ho detto di venire in Italia, dove gli faremo fare domanda di asilo politico. Quindi, incredibilmente, Mohammed ha mantenuto la promessa che mi fa alla fine del libro, quando gli chiedo di non farsi ammazzare. E lui mi dice "sì, ci proverò, busserò alla tua porta e ci berremo una bottiglia del miglior whisky in ricordo dei bei tempi andati", dove quel "bei tempi andati" suona amaramente ironico.

Esistono molti "Mohamed" nel mondo arabo? Sarebbe utile capirlo, per verificare lo stereotipo occidentale di un islam come mondo monolitico di invasati religiosi e kamikaze.

Vorrei dirti di sì ma temo che il tipico rappresentante delle nuove leve del mondo arabo sia un ragazzo frustrato, profondamente consapevole di non avere quelle speranze che alimentano l'entusiasmo della gioventù. Il mondo arabo è monolitico perché il Corano non è solo un testo religioso, bensì lo strumento culturale base su cui si educano i giovani: codice civile, codice penale. Anche dove non c'è la legge islamica ha un pesante influsso. Purtroppo, i ragazzi arabi crescono in paesi retti da regimi territoriali retrogradi, come l'Arabia Saudita, dove è un mito il fatto che tutti siano ricchi; il Pakistan, la Palestina, il Libano, la Siria, l'Iran. Regimi teocratici o autocratici che non danno speranza, corrotti fino al midollo, che hanno creato livelli di disoccupazione che arrivano al novanta per cento. Allora il meccanismo qual è? Una coppia di contadini o pastori fa un figlio, poi si rende conto di non riuscire a dargli un futuro. E allora lo mandano in una Madrasa, una scuola coranica, dove ha cibo gratis e istruzione. Ma quale istruzione? Il Corano era un testo molto avanzato per il settimo secolo; ma è rimasto al settimo secolo! E questi ragazzi che escono dalle Madrasa, sono educati a un mondo del settimo secolo. Escono ragazzi plagiati, che hanno assorbito con il loro cervello adolescente il rifiuto del mondo esterno, la recitazione a memoria e nozioni inutili. Così diventano potenziali combattenti, terroristi, hanno instillato in mente un dovere di odiare che è figlio del rifiuto culturale. Nel nord della Nigeria, sono entrato in alcune scuole coraniche dove i ragazzini vengono mandati a tre anni perché i genitori sono poveri in canna. Questi bambini, che parlano la loro lingua Hausa, recitavano il Corano a memoria, in arabo, senza capire una riga. E' una delle visioni più tristi e raggelanti che io mi porto dietro: bambini trasformati in macchine. A che cosa potrà aspirare un bambino così, se non al martirio come conclusione naturale di questo processo di formazione? Vedendo questo, ti rendi conto che l'islam così com'è non ha futuro. Io paragono l'islam e le sue giovani generazioni a un bambino che, non sapendo ancora parlare, subisce un'ingiustizia e ha come unica possibile manifestazione di sdegno e di rabbia la distruzione dei giocattoli. E' innegabile che l'occupazione dei luoghi santi e dell'Iraq, che non hanno nessuna giustificazione, possano essere vissute come un sopruso. Il mondo occidentale non fa altro che fornire scuse facili a questi giovani usciti dalla Madrasa. Io vedo un circolo vizioso dal quale sarà difficile uscire.
Mohammed è una felice eccezione, nel suo simpatico e blasfemo secolarismo, anche per una società, quella irachena, che comunque non è retrograda. In Iraq c'era un livello culturale elevatissimo e un tenore di vita alto. Ahimè, c'era anche un dittatore pazzo scatenato.

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