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Medioevo 2000
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Guerra agli umani
Direttamente dal futuro, il primo romanzo della nuova civiltà troglodita. |
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Gli Appennini sono terre di cacciatori e prede, questo è arcinoto e quasi scontato. Cosa inventarsi, dunque, per movimentare un po' la battuta di caccia? Nelle montagne popolate da (molti) strani personaggi di Wu Ming 2, anche i cacciatori amano il brivido e si rifanno ad antichi stili venatori. Ecco una battuta di caccia al cardiopalma, per l'eterna sfida tra uomo e natura. |
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Tutto pronto. Pitbull. Cavalli. Lance e corni da caccia. Al noleggio cani ci pensava Taverna, il veterinario. Gratis et amore dei. Quelli del canile, ogni tanto, ci andavano giù pesante. Il dottore chiudeva un occhio sui lividi più grossi. Ne chiudeva due sulle ferite da ricucire. Quale che fosse lo scambio, Yogur Casale se ne infischiava. Rinaldi scese dall'auto e gli andò incontro eccitato. - Allora? Vado con la novità? - Dopo, Rino. Le novità mi rovinano la mira. Per le lance c'era un rigattiere di Ponte. Le ritagliava da vecchie cancellate. Grattava via la ruggine, bilanciava il tutto e non faceva domande. Tanto meno andava in giro a parlare. Rinaldi lo aveva incrociato un paio di volte sul pianerottolo delle ucraine. Bastava quello a tenerlo per le palle. Quale che fosse la ragione, Yogur Casale se ne infischiava. - Guarda che è una bomba, eh? Ti dico… - Dopo, Rino. Dopo. I cavalli non erano un problema. Telefonata al maneggio Cinque Cerri. Prenotazione. Quattro per l'intera mattinata. Solo che a galoppare nel bosco, tra rami bassi e cespugli, c'era il rischio di qualche graffio di troppo. Per quello il Giando si era dato da fare. Aveva scovato uno stock di finimenti medievali nel magazzino comunale di Castello. Risalivano all'ultima Giostra dei Briganti, antica disfida messa su nel '94 per affollare di turisti qualche stand gastronomico. Poi una freccia scagliata male aveva centrato l'occhio di un bambino. Tanti saluti alla giostra e ai prodi balestrieri. Le bardature non erano niente male. Cuoio spesso un dito e colori sgargianti. Un tocco scenografico a tutto l'insieme. Pare che il Giando le avesse avute sottobanco. In cambio: dosi di ketamina, anestetico per cavalli con effetto dissociativo, molto apprezzato da un usciere ventenne. Inutile dire che il prezioso farmaco proveniva dalle scorte di un certo veterinario. Cucinata nel forno di casa per ottenerne cristalli, ridotta in polvere con un macinino da sale grosso, tagliata con efedrina. Pronta da sniffare in righe di pochi centimetri e precipitare chiunque in fondo al magico K-hole. Quale ne fosse l'origine, Yogur Casale se ne infischiava. Ci metteva i corni da caccia, lui, uno a testa, direttamente dalla collezione personale di attrezzi della civiltà contadina. Ma soprattutto, ci aveva messo l'idea. Lui, Taverna, Rinaldi e il Giando. I quattro cavalieri dell'apocalisse.
Procedono in fila indiana, lungo la mulattiera, diretti alla foresta di San Crispino. Dietro le schiene, tipo faretra, custodie in pelle per stecche da biliardo. Dentro: le lance, svitate in due pezzi. In uno zaino da montagna, i finimenti. Pronti da indossare sul posto. I pitbull trottano a fianco dei cavalli. Strana scelta, ma non casuale. Nella caccia col fucile, ti serve un segugio che stani la selvaggina e la tenga in movimento, non troppo veloce. In quella medievale, ci pensano i cavalli a stancare la preda. Se si infratta, non deve aver tempo di riposarsi. Un cane possente come il pitbull intimorisce il cinghiale e riesce a smuoverlo più in fretta. All'occorrenza, può anche inchiodarlo, se un paio di lance infilate sulla schiena non lo convincono a lasciarsi morire. Anche la scelta del luogo è originale. Alberi non troppo fitti, terreno in pari. Una faggeta ad alto fusto vecchia quanto la valle. I cavalli hanno bisogno di spazio. Spazio significa sottobosco quasi assente. Sottobosco assente significa nascondigli rari e poco estesi. Significa niente branchi in giro, poca selvaggina, tutt'al più maschi solitari. Prede ideali per la caccia medievale, che non può contare sui grandi numeri. I colpi sono limitati, l'inseguimento è rischioso: un solengo da un quintale è già un ottimo bottino per quattro cavalieri. Quelli dell'Apocalisse conoscono la foresta come il salotto di casa: i cespugli più impenetrabili, le siepi di prugnolo. Passano da uno all'altra, battendo la zona palmo a palmo. Scrollano roveti con la punta delle lance. Spronano i cani ad addentrarsi nelle macchie. Scrutano gli intrichi più fitti. Gli avvallamenti più protetti. In attesa del grugnito rivelatore tra mille latrati o dell'ombra scura che schizzi fuori dal groviglio. Taverna inspira fino a riempire i polmoni. Gli piace quel mescolarsi di odori, di cavalli e di terra, di foglie cadute l'anno prima e rivoltate dagli zoccoli, di corteccia umida e di muffe. Gli animali prendono un profumo diverso quando escono dalla stalla. I cani scompaiono in un intreccio di rosa canina. Come un'antica processione, ad ogni sosta si ripete il rituale. Uno dei cavalieri si ferma all'inizio del nascondiglio. Un altro raggiunge l'angolo opposto. I due restanti, al passo, bordeggiano la macchia da poca distanza. Ogni volta può essere quella buona. Mano destra stringe la lancia, mano sinistra aggrappata alle briglie. Gli occhi fanno avanti e indietro lungo rami spinosi. Le orecchie valutano l'abbaiare dei cani. Niente da fare. La piccola muta torna allo scoperto e precede i cavalli lungo le navate del bosco. Avanza scomposta, in attesa della stazione successiva, su e giù per la distesa di foglie brune, compatta e uniforme come una spiaggia bagnata. Il cavallo rallenta, supera un vecchio tronco caduto, radici all'aria. Raggiunge i cani nei pressi di un macchione. Taverna fa cenno agli altri e va a piazzarsi in cima. Il rituale procede liscio. Rinaldi e Casale risalgono sui lati. Il Giando tiene d'occhio l'imboccatura. Ma non sempre è questione di occhi. Il rouff della bestia che parte ha una frequenza diversa dal latrare dei cani. Difficile non riconoscerlo.
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