C'è chi vuole relegarlo tra i reietti della storia e chi ne sostiene l'attualità rivoluzionaria; chi lo considera patrimonio dell'umanità e chi ci fa i soldi o lo utilizza per la propria legittimità politica. Questo è il destino di un uomo diventato mito per più di una generazione.
Luglio 2005: ha cominciato il Corriere della sera, ospitando alcuni articoli che davano unilateralmente addosso alla figura di Che Guevara. In questa operazione, si è particolarmente distinto Alvaro Vargas Llosa, figlio del più noto Mario, passando in rassegna tutti i presunti orrori che il Che avrebbe commesso in quanto guerrigliero, prima, ministro del governo castrista, dopo, e ancora guerrigliero nell'ultima fase della sua intensa vita. Ernesto Guevara - questo è il sunto del discorso - è oggi un banale logo che fa la fortuna dei tanto deprecati interessi capitalistici. Il suo faccione campeggia sulle magliette e nell'immaginario di imberbi stupidotti, che nulla sanno di che razza di assassino e aguzzino si nascondesse dietro il fiero cipiglio: e giù con la conta dei morti.
Apriti cielo! La risposta è arrivata, prontissima (il manifesto, 17 luglio), da parte di Luis Sepulveda, che non ritenendo degni di alcuna confutazione gli argomenti di Vargas Llosa "il giovane", ha preferito minarne l'attendibilità alla radice, evidenziando il livore da figlio di papà di "Alvarito" e accusandolo di cercare le proprie testimonianze solo tra i rancorosi esuli cubani. Sepulveda sottolinea l'indipendenza ideologica e la carica rivoluzionaria del Che; e poi, dopo tutto "la sua grande preoccupazione fu quella di rendere meno cruenta la guerra di liberazione". Ci chiediamo: ha senso sganciare opere e pensieri di Che Guevara dall'epoca in cui nacquero, quella dei blocchi contrapposti e dei "10-100-1000 Vietnam", in cui la guerriglia e la rivoluzione apparivano ipotesi plausibili?
Ma la polemica forse più interessante riguarda ben altro e, ovviamente, ci sono di mezzo i soldi. Tanti, tantissimi soldi: un milione e cinquecentomila dollari. Si tratta della querelle sulla pubblicazione dell'opera omnia di quel grafomane del Che, da parte di Mondadori. Da un lato, il professor Antonio Moscato che sostiene l'assurdità di sottoporre le idee del Che - che appartengono a tutti - al copyright. Dall'altra, Gianni Minà, che ricorda quante opere di bene potrà fare la famiglia Guevara con quei soldi. E così via, in una polemica piacevolmente riassunta da un articolo di Maurizio Clerici su l'Unità, che osserva: "povero Che, ridotto agli albero dagli zecchini d'oro.
Le polemiche rimandano a problemi più complessi, che cerchiamo di sintetizzare in una serie di domande: il Che è patrimonio di tutti oppure no? Cosa possono dirci di diverso, di nuovo (soprattutto sul blocco socialista della sua epoca), gli inediti che il diritto d'autore potrebbe negare agli stessi studiosi? E, in definitiva, cosa c'è di attuale nel pensiero cheguevariano?
Sembra che avere per le mani scritti e pensieri del Che dia un grande potere, sia politico sia economico. E dietro alle infinite polemiche, spuntano di volta in volta la Cia o la barba di Fidel Castro.
Gabriele Battaglia |