Sacco in spalla, comodi scarponi ai piedi, tasche vuote o con pochi spiccioli e un pollice teso verso la strada, infinita, familiare e sregolata.
Così Sal Paradise (pseudonimo di Jack Kerouac in On the road), Dean Moriarty (Neil Cassedy), Carl Marx (Allen Ginsberg), Old Bull Lee (William Burroughs) e altri beatnik assaporavano il senso di libertà assoluta nel vivere viaggiando senza il becco d’un quattrino, avanti e indietro tra la East e la West Coast.
Nasce così il mito on the road: una rivoluzione, una visione della vita come un viaggio perpetuo, alla ricerca continua e illimitata di stimoli ed esperienze, dove il cemento della strada è l’unico mezzo per fuggire dai rigidi schemi di una società paranoica e fortemente bigotta, quale quella dell’America anni cinquanta.
Diventa poi negli anni Sessanta, con la cultura hippie, un modus vivendi esteso alle giovani generazioni; ora viaggiare è per tutti o per meglio dire, per chi desidera ardentemente sentirsi vivo...
“Toglievo la strada dal suo contesto temporale. Sovrappassi, svincoli a quadrifoglio, rampe d’uscita assumevano per me la personalità di rovine Maia. Senza destinazione, senza sospensione, il mio percorso era spesso silente e vuoto; non c’erano incrementi, nè graduazioni arbitrarie per ridurre il tempo a unità funzionali. Astraevo e purificavo. Poi cominciai a sovrapporre percorsi lenti ed estesi con altri brevi, furiosamente rapidi… fino a poter comporre melodie, concerti, vere e proprie sinfonie di passaggi. Quando il povero Jack Kerouac lo venne a sapere si ubriacò per una settimana di fila. Aggiungevo all’autostop dimensioni che altri non erano nemmeno in grado di comprendere. Nell’Età dell’Automobile – e niente ha plasmato la nostra cultura quanto l’auto – ci sono stati molti grandi guidatori, ma un’unica grande passeggera”.
(Sissy Hankshaw, l’autostoppista dai pollici giganti del romanzo “ll nuovo sesso: cowgirl” di Tom Robbins, 1976)