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La spirale della crisi portò con sé il fallimento e la chiusura di imprese e banche, ma, soprattutto, una disoccupazione di massa senza precedenti.
In molti paesi, come negli Usa, la crisi fu fronteggiata con politiche protezionistiche e con l’intervento dello Stato nell’economia. Anche in Italia, la cura del regime fascista fu caratterizzata da un massiccio intervento pubblico. Fu attuato un piano di opere pubbliche e venne creato l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) per il sostengo di banche e imprese.
In Germania il ritiro dei finanziamenti esteri, la chiusura delle imprese e la disoccupazione favorirono, in maniera determinante, l’affermazione del nazismo.
La crisi del ’29 fu causata da una serie di speculazioni finanziarie. Effettivamente gli anni Venti furono un periodo di grande espansione economica. Questa causò un aumento degli investimenti in Borsa e una conseguente impennata del prezzo delle azioni. Si verificò una specie di circolo vizioso: l’aumento del prezzo delle azioni spinse gran parte del pubblico ad investire denaro in Borsa. Era una vera e propria febbre da azioni.
Spesso era sufficiente la semplice notizia dell’avvio di un’impresa per scatenare una caccia all’azione. Il mercato finanziario aveva drogato l’economia. In realtà molte industrie americane stavano già soffrendo di sovrapproduzione, cioè di un eccesso di prodotti rispetto alle reali capacità di assorbimento del mercato.
Il crollo della Borsa si realizzò in due tappe: il 23 ottobre – il giovedì nero – e il 29 ottobre – il martedì nero. Il prezzo delle azioni precipitò. Il flusso dei finanziamenti alle imprese si arrestò e molte furono costrette a chiudere. Nel contempo i clienti delle banche cominciarono a ritirare i loro depositi, provocando così il collasso degli istituti di credito. Nel 1932 gran parte delle banche degli Stati Uniti erano fallite. Era l’inizio di una crisi economica che si trascinò per tutti gli anni Trenta. |