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2004






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Gospel & Co: alle radici della musica nera
La musica “black”, in continua evoluzione da circa due secoli, non ha ancora esaurito la sua forza originale


Fenomeno Norah
La Jones, nuova diva del pop-jazz-blues
Quella che oggi conosciamo comunemente come musica “black” (modern-soul, funky, hip-hop o R&B) altro non è che una continua mutazione stilistica che – da circa due secoli - non ha ancora esaurito la sua forza primigenia.
Una volta, infatti, tutto ciò che sarebbe confluito nel Jazz prima e nel Blues poi (veri antesignani dello stesso Rock), si chiamava semplicemente Spiritual. Ma cos’era esattamente lo Spiritual? Beh, era nè più nè meno la “colonna sonora” dei neri americani che erano costretti, con l’arma della schiavitù, a lavorare nelle piantagioni di cotone degli Stati del Sud. Unendo la musica ritmica, di provenienza africana, con quella cosidetta “corale” europea, diedero vita a canti che esprimevano, in chiave religiosa, tutte le speranze di emancipazione dei fratelli di colore: di certo non in questa vita, ma perlomeno dopo la loro morte.

Di fianco allo Spiritual, però, sorse ben presto un altro stile musicale, decisamente più monotono (adoperava solamente dodici battute...) e terribilmente più profano: il famigerato Blues. Derivata da una espressione-slang (“I got the blues!”, ovvero “sono malinconico” ma anche “mi sento posseduto”...), la musica che fu poi codificata da Robert Johnson, fatta conoscere al mondo da Willie Dixon e Muddy Waters, e sdoganata ai bianchi dai Rolling Stones e da Eric Clapton, era semplicemente una sorta di accompagnamento-povero (il vero Blues si “suonava” con l’aiuto di una sgangherata chitarra acustica, di una armonica a bocca se non addirittura con la sola voce...) nato per descrivere storie di sofferenza e sopraffazione, subite dalla comunità afro-americana.

Dalla fusione del blues elettrico – che nel secondo dopoguerra avrebbe prosperato a Chicago – con la musica da Chiesa, il celeberrimo Gospel, scaturì il padre di tutti gli attuali generi e sottogeneri della black-music: il Soul. Lo stile con cui iniziarono a farsi amare in tutto il mondo personaggi del calibro di James Brown, Wilson Pickett, Aretha Franklin e Otis Redding era soprattutto un coacervo di ritmiche trascinantissime, virtuosismi vocali (avete presente I feel good di Brown?), cori zuccherosi e fiati in sottofondo.
Il sixties-soul fu un espressione talmente efficace che uscì dai confini americani per gridare al mondo intero i diritti della razza nera. La sua esplosione artistica e l'inevitabile maturità arrivò negli anni ’70 (e qui basterebbe fare solo il nome di Marvin Gaye...), quando però iniziò a staccarsi dalla sua originaria matrice nera per divenire semplice musica da ballo (disco-music). Ma da lì a qualche anno, l’hip-hop avrebbe riportato indietro le lancette, restituendo alla “strada” ciò che era nato tra la polvere, il sudore e la fatica di un’intera esistenza spesa a raccogliere cotone.

 



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