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Donna di Gerusalemme
Intervista a Rula Jebreal

Donna di Gerusalemme

L'estratto
Un brano scelto di La strada dei fiori di Miral in esclusiva su Virgilio
Qui c'è la Palestina quotidiana, al di là delle continue informazioni di cronaca e di carattere geopolitico che fossilizzano un po' l'immagine di questa terra nel nostro immaginario. La strada dei fiori di Miral (Rizzoli), romanzo d'esordio di Rula Jebreal, accompagna l'adolescenza di Miral, una di quei ragazzi palestinesi che riescono a preservare aspetti della propria adolescenza nelle nicchie lasciate libere da un presente che li insegue. Con uno sguardo particolare sul mondo femminile.

Rula è arabo-palestinese con passaporto israeliano, giornalista di La7 e editorialista di politica estera per il Messaggero. Il suo libro esce proprio nello stesso giorno in cui muore Yasser Arafat e la nostra intervista non può prescindere dall'intensità del momento.


novembre 2004

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avantiavanti
Quanto c'è di autobiografico nel tuo libro?
Ogni libro ha degli aspetti autobiografici. In La strada dei fiori di Miral ce ne sono parecchi ma non in tutto. Parlo comunque di molte persone reali.

Spesso, nel tuo libro, la gente c’è e poi scompare, muore, in un attimo. E’ un effetto drammatico o descrive la pura realtà?
Purtroppo si tratta della pura realtà. Anzi, penso che in Palestina la situazione sia probabilmente sempre peggiore.

Hai scelto nomi di persona per molti titoli di capitolo. Perché questa scelta?
Perché avevo a cuore queste persone, volevo parlare di loro. Molti nomi sono veri, figure che ho realmente conosciuto, si tratta soprattutto di donne, come Hind Husseini. Siccome è il mio primo libro, nella decisione di dare il loro nome ai capitoli sono stata consigliata.

Donne arabe e donne israeliane che frequentano gli stessi luoghi, nel quotidiano, che a volte diventano amiche. Invece la nostra immagine, filtrata dalla Tv, è quella di mondi nettamente separati. Esistono ancora luoghi dove le donne si incontrano?
Temo siano sempre di meno. C’è molta diffidenza adesso, anche verso quelli che come me sono arabo-israeliani. Siamo considerati una “quinta colonna”, stranieri. Sento i miei amici di Haifa e mi descrivono questa situazione. E’ l’idea del nemico in casa. Quando Israele cominciò la politica degli omicidi mirati, bombardò una casa di Gaza per colpire un capo di Hamas, finendo per uccidere anche nove bambini. La gente scese in strada e ci fu una manifestazione di protesta a Nazareth. L’esercito sparò addosso agli arabo-israeliani, uccidendo tredici persone. Da quel momento erano stranieri in patria.

Per non restare in questa trappola, pensi sia necessario andarsene, vedere da lontano la Palestina, almeno per qualche tempo?
Non so risponderti. Questa è per esempio la scelta di Miral, la mia protagonista che, tra l’altro, decide di andarsene in un momento buono, cioè immediatamente dopo gli accordi di Oslo, nel ’93, che furono il momento migliore del processo di pace.

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