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Noir and Zen
Philip Le Roy, asceta del thriller

Noir and Zen

Il libro
Philip Le Roy, L'ultimo testamento, Baldini Castoldi Dalai
Si comincia in Giudea, nel 70 d.C., e si finisce in Alaska, oggi. Il thriller mozzafiato di Philip Le Roy ha una vocazione universale, come lo stesso scrittore ama sottolineare. Attraverso il tempo e lo spazio si snoda il mistero del testamento di Yehoshua Ben Yossef, collegato per vie oscure al massacro di un'equipe di scienziati che stanno lavorando al fantomatico Progetto Lazzaro.
Per fare luce sul caso, l'FBI si rivolge all'ex agente Nathan Love, esperto di arti marziali e cultore dello zen, che vive da eremita per espiare una colpa. Nathan ha capacità davvero particolari: non solo si immedesima nella personalità del criminale; lui "diventa" il criminale.
Il filone a cui appartiene questo romanzo è quello, molto fortunato, del thriller esoterico, ma c'è dell'altro: ingegneria genetica che si mischia a zen, cinema e arti marziali.

Un'altra intervista a Philip Le Roy



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L'ultimo testamento ha vinto il Grand Prix de la Littérature Policière 2005. Come nasce questo romanzo?
Nasce dall'idea che il Vaticano nasconda segreti da cui dipende il destino dell'umanità intera e dalla constatazione che stia usando la mondializzazione per estendere il proprio potere. Il romanzo inizia quindi con un fatto che avviene in Giudea duemila anni fa e dopo circa sessanta pagine si comincerà a capirci qualcosa.

Tu sei francese ma Nathan, il tuo personaggio, è americano: perché?
Beh a dire il vero sua madre è giapponese, il padre navajo, la protagonista femminile è italiana, c'è un'altro personaggio francese, un agente speciale eschimese, un inglese. Quindi il romanzo vuole avere una vocazione universale, desideravo uscire dalla dicotomia Francia-Usa. Di fatto il personaggio principale non ha nessuna nazionalità. Pratica lo zen, per cui si distacca da questo genere di condizionamenti.

C'è un'idea politico-sociale dietro a queste scelte?
Sì, come dicevo prima mi stava a cuore il problema del condizionamento dell'umanità da parte di duemila anni di cultura giudaico-cristiana. Volevo un personaggio che non credesse a nulla proprio per lasciare che, avvicinandosi alla verità, la sua mente fosse libera da condizionamenti.
La pratica dello zen lo aiuta in questo distacco. Bisogna considerare che prima che inizi la storia, lui ha vissuto per tre anni isolato da tutto. Il suo unico contatto col mondo è stato un computer collegato a un telefono.

La caratteristica principale di Nathan è che sa immedesimarsi totalmente in chi ha di fronte: è un profiler, ma anche qualcosa di più.
Sì, tecnicamente potrebbe essere un profiler [l'agente di polizia incaricato di tracciare il profilo psicologico dell'autore di un crimine, ndr], ma in realtà è un personaggio complicato. Riassumendo, si potrebbe dire che vede la vita come un insieme di condizionamenti e il suo scopo è quello di liberarsene, svuotandosi.
Dunque fa tabula rasa del proprio ego, praticando la meditazione. Si eleva così a uno stato di coscienza superiore e raggiunge ciò che viene definito Satori. Ciò gli permette di vedere le cose per quello che sono, la verità. Quando ci si libera dai vincoli materiali è possibile raggiungere questo stato di illuminazione.

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