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Ragazzo seduto in camera da solo iStock

Attenti a questo "segnale d'allarme" a scuola: cosa nasconde

Marco Crepaldi, presidente dell’associazione Hikikomori Italia, ha spiegato qual è il campanello d'allarme che a scuola deve far preoccupare i docenti

Patrizia Chimera

Patrizia Chimera

GIORNALISTA PUBBLICISTA

Giornalista pubblicista, è appassionata di sostenibilità e cultura. Dopo la laurea in scienze della comunicazione ha collaborato con grandi gruppi editoriali e agenzie di comunicazione specializzandosi nella scrittura di articoli sul mondo scolastico.

Il fenomeno degli “Hikikomori” è purtroppo in crescita anche in Italia. Si tratta di ragazzi adolescenti e giovani adulti che decidono di ritirarsi dalla società, di isolarsi dalla vita sociale e dal resto del mondo per lunghi periodi di tempo. Un fenomeno preoccupante, che desta apprensione tra le famiglie, che non sanno come affrontare questa situazione. Secondo gli esperti, ci sarebbe un segnale d’allarme a scuola che non bisognerebbe sottovalutare, perché potrebbe aiutare cosa spinge questi ragazzi all’isolamento sociale.

Quanti sono gli Hikikomori in Italia

Lo psicologo Marco Crepaldi, presidente dell’associazione Hikikomori Italia, al Corriere della Sera ha cercato di spiegare un fenomeno, purtroppo in crescita nel nostro Paese. “Tutti gli studi, anche quelli dell’Istituto superiore di Sanità o del Cnr, si concentrano sulle scuole secondarie e valutano che i ragazzi che si trovano nella prima fase, quella dell’abbandono della socialità, siano tra i cinquantamila e i settantamila”.

C’è, però, anche una seconda fase che non deve essere sottovalutata per capire i numeri di questa situazione in Italia e anche una terza fase: “Esiste poi una fase due, quella dell’abbandono scolastico. Ma abbiamo censito numerosi casi di fase tre, quando la porta della stanza dei ragazzi si chiude e finiscono i rapporti con i genitori, che non riescono più a comunicare. In tutto si può parlare, è una stima, di duecentomila casi”.

Crepaldi ha affermato che sono più i ragazzi a soffrire di questa situazione. “Abbiamo fatto due sondaggi a distanza di sei anni e su dieci genitori che ci contattano, otto hanno figli maschi. E sembrano mediamente anche più gravi, nel senso che i casi più cronici, quelli che sono isolati da dieci, vent’anni e che non danno segni di miglioramento, sono spesso maschi. Secondo il Cnr, l’isolamento moderato, quello pre abbandono scolastico, è trasversale tra ragazze e ragazzi”.

I segnali da tenere in considerazione secondo Crepaldi

Lo psicologo nell’intervista ha affermato che i primi segnali di questa condizione “sono difficili da cogliere perché si mischiano e si intersecano con l’adolescenza. Sono manifestazioni di chiusura nei confronti dei genitori, il non aprirsi emotivamente, il non comunicare le proprie emozioni. Ma uno dei campanelli d’allarme più chiari è l’insofferenza scolastica“. Proprio questo “è un segnale d’allarme che dovrebbe attivare il consiglio di classe per valutare l’adozione di un Piano didattico personalizzato prima che si arrivi alla fase due, al rifiuto della scuola”.

Secondo Crepaldi, infatti, “il disagio può essere riconosciuto più dagli insegnanti che dai genitori perché il ragazzo a rischio Hikikomori è quello che non si alza al cambio dell’ora, che all’intervallo non parla con nessuno, che nell’interrogazione orale suda e manifesta ansia”. Invece, “a casa, il segno è il rifiuto della socialità. Se un ragazzo comincia ad abbandonare lo sport, le uscite con gli amici, di giorno sta sempre chiuso in camera da letto, quello è il momento in cui intervenire”.

Hikikomori: i tre stadi del fenomeno

Marco Crepaldi ha analizzato meglio le tre fasi del fenomeno Hikikomori. “La prima è quella che in letteratura viene chiamata pre-hikikomori. Il ragazzo o la ragazza va a scuola spesso con difficoltà, con manifestazioni di insofferenza e un rifiuto saltuario di recarsi in aula. E poi ci si ritira da tutto, dallo sport, dalle uscite con gli amici”. Secondo lo psicologo “il vero rischio è che lo stress legato all’ansia del giudizio, alla paura del confronto con i pari, porti a un burnout, a un esaurimento delle energie nervose e motivazionali che spingono un adolescente ad andare avanti, nonostante le difficoltà”.

A questo punto si assiste anche all’abbandono scolastico, che rappresenta la fase due, “quella conclamata: il ragazzo non va più a scuola e quindi si comincia a cercare di capire cosa fare. Spesso in questa fase si commettono degli errori: staccare internet, pressare il ragazzo a tornare a scuola con le minacce”. Secondo Crepaldi bisognerebbe, invece, “valutare con la scuola un piano didattico personalizzato che possa aiutare il ragazzo a trovare una propria dimensione anche all’interno di uno spazio che gli appare faticoso, stressante, spesso anche a causa del bullismo o delle pressioni per i voti”.

Infine, la fase tre, la peggiore: “È quella dove si rompe l’alleanza genitore-figlio. Padre e madre vengono vissuti come una fonte di ansia sociale equiparabile a quella da cui si fugge nella società. Io scappo dalla scuola perché mi mette ansia, scappo dai genitori perché mi mettono ansia. A quel punto la situazione si aggrava”.

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