Caldo, la protesta degli studenti sulla cooling poverty
I fuorisede lamentano di studiare in biblioteche senza neanche un ventilatore e pagare tanto per stanze senza alcun sistema per rinfrescare casa
Sia le scuole che le università stanno affrontando il problema del caldo eccessivo e della mancanza di sistemi rinfrescanti. Gli studenti accademici però, soprattutto se fuorisede, devono fare i conti con un altro problema, spesso non hanno ventilatori o aria condizionata neanche in casa, nonostante paghino cifre elevatissime per una stanza. I giovani lamentano la cosiddetta cooling poverty.
Cos’è la cooling poverty
L’espressione cooling poverty potrebbe essere tradotta come povertà da raffrescamento, ovvero quella che incide su chi non può permettersi di pagare bollette dell’energia salate a causa dei consumi per i sistemi rinfrescanti come aria condizionata, deumidificatori o ventilatori.
Gli studenti universitari fuorisede denunciano di far parte proprio di questo gruppo in quanto si trovano a vivere in case affollate, dove vivono anche in otto, con l’aria condizionata che resta un miraggio.
A ciò si aggiunge che, spesso, anche le aule studio sono roventi con il risultato che i giovani, in piena sessione d’esami, non riescano a trovare un posto dove poter studiare a proprio agio.
La protesta degli studenti
La Repubblica riporta alcune testimonianze di studenti bolognesi alle prese con il problema caldo.
Una 27enne studentessa del Dams, che vive con altre quattro ragazze, ha detto di aver provato quasi di tutto dagli "asciugamani bagnati sul corpo" fino allo "spruzzino d’acqua inserito dentro il ventilatore rotante" o ai materassini refrigeranti per cani da mettere sotto il lenzuolo. Sebbene paghi tra i 450 e i 500 euro d’affitto al mese per una stanza, non ha diritto neanche a un ventilatore.
Per poter studiare un po’ più serenamente bisogna andare nelle biblioteche universitarie, ma competendo con gli altri studenti per trovare posto in quelle che hanno sistemi di climatizzazione. Per esempio nell’aula studio dell’Alma Mater in via Petroni, il condizionatore non c’è.
Una studentessa di biochimica con un ventilatorino portatile e un ventaglio ha confessato che "si boccheggia. Eppure moltissimi spazi dei dipartimenti, aperti nei giorni feriali, restano chiusi nei weekend. E questo posto diventa una delle poche scelte".
I rappresentanti degli studenti, seppure segnalano un generale "miglioramento" della situazione, chiedono ulteriori interventi per risolvere alcune criticità.
"La sala studio Petroni, una parte della biblioteca di storia antica in via Zamboni 38 e Palazzo Paleotti, dove gli impianti risultano non sempre sufficienti rispetto alle temperature – ha spiegato Giuseppe De Nigris, del consiglio degli studenti – Il punto è riconoscere che con il cambiamento climatico il caldo intenso non può più essere trattato come un evento eccezionale. Serve rivedere la programmazione delle accensioni, anticipandola e rendendola più flessibile".
La situazione nelle scuole
Il problema delle classi roventi è sentito anche nelle scuole, in particolare in quelle dell’infanzia. In diversi quartieri di Roma, per esempio, si denuncia una situazione insostenibile con i bambini che vengono tenuti fuori perché all’interno dell’edificio le temperature sono troppo alte nonostante la schermatura delle finestre e l’uso di tende.
Alcuni genitori hanno denunciato "mal di testa, nausea, malori e spossatezza" nei bambini e nelle bambine. Non va meglio neanche a Milano dove, in una scuola, è stato esposto un lenzuolo con la scritta "Sauna", proprio per far capire quanto sia impossibile far stare i bambini in stanze così calde.