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Concorso del figlio dell'ex rettore Nocini: il caso in Parlamento

Il caso del concorso da professore all'Università di Verona vinto dal figlio dell'ex rettore Nocini arriva in Parlamento: ecco cos'è successo

Camilla Ferrandi

Camilla Ferrandi

GIORNALISTA SOCIO-CULTURALE

Nata e cresciuta a Grosseto, sono una giornalista pubblicista laureata in Scienze politiche. Nel 2016 decido di trasformare la passione per la scrittura in un lavoro, e da lì non mi sono più fermata. L’attualità è il mio pane quotidiano, i libri la mia via per evadere e viaggiare con la mente.

Riccardo Nocini, medico 33enne figlio dell’ex rettore dell’Università di Verona Pier Francesco Nocini, è diventato professore ordinario nello stesso ateneo tramite un concorso nel quale era l’unico candidato. E mentre è già stato presentato un esposto all’Autorità nazionale anticorruzione, il caso arriva anche in Parlamento.

Caso Nocini all’Università di Verona, cos’è successo

All’Università di Verona la procedura che ha portato Riccardo Nocini alla cattedra di professore ordinario nel Dipartimento di Scienze chirurgiche odontostomatologiche e materno infantili (Discomi) ha sollevato molte polemiche.

Il concorso si è svolto con un solo candidato in gara: lo stesso Riccardo Nocini, figlio dell’ex rettore dell’ateneo veronese, che ha quindi vinto il bando. Come riportato dal Corriere del Veneto, il titolo è stato conferito pochi giorni dopo il passaggio di testimone da Nocini senior alla nuova rettrice Chiara Leardini. Il quotidiano ha inoltre segnalato che l’iter di assegnazione dell’incarico era iniziato nel 2024.

Proprio questa circostanza ha spinto due associazioni di ricercatori e specializzandi a rivolgersi all’Autorità nazionale anticorruzione e a alla rettrice Leardini, chiedendo di sospendere la nomina in attesa di verifiche.

Secondo l’Associazione Liberi Specializzandi e Bandiuniversità.it, la procedura che ha portato alla nomina di Riccardo Nocini violerebbe la normativa anti‑parentopoli introdotta nel 2010 dall’allora ministra Mariastella Gelmini. In particolare, le due associazioni richiamano l’articolo 18 della legge 240/2010, che vieta la partecipazione a concorsi e contratti universitari a chi abbia legami di parentela o affinità — fino al quarto grado — con professori del dipartimento coinvolto, con il rettore, il direttore generale o i membri del consiglio di amministrazione.

Le associazioni ricordano inoltre che dal 2015 al 2018, prima di diventare rettore, Nocini padre è stato direttore del Discomi, il dipartimento nel quale oggi il figlio ha vinto il concorso.

Interrogazione in Senato sul caso del figlio dell’ex rettore Nocini

A intervenire sulla vicenda è stato anche il microbiologo e docente universitario Andrea Crisanti, adesso senatore Pd, che ha deciso di presentare un’interrogazione parlamentare per chiedere l’intervento della ministra dell’Università Anna Maria Bernini.

Il tema dei concorsi universitari è stato al centro anche del suo discorso in Senato del 9 dicembre, durante la discussione della riforma del reclutamento dei docenti all’università: “Io in quarant’anni di carriera non sono a conoscenza di un singolo concorso di cui non si sapesse il vincitore prima. E non c’è un singolo docente che mi abbia mai smentito. Questa è la situazione dei nostri atenei oggi”.

Cos’ha detto Crisanti sul caso Nocini e sui bandi all’università

Ormai all’università tutti sanno che si fanno i bandi ad personam. Nessuno si stupisce più, ma non può essere così”, ha affermato Crisanti al Corriere del Veneto commentando il caso Nocini.

“I bandi devono essere aperti – ha proseguito -. Un professore non può studiare, fare ricerca, fare la specializzazione e poi diventare professore a contratto e infine ordinario sempre all’interno della medesima università. All’estero questa cosa è rarissima, in Italia è la regola, e non c’è alcun modo per uscire da questa modalità”.

Pur ribadendo di non voler entrare nel merito della vicenda Nocini, Crisanti ha spiegato “come funzionano” le pubblicazioni necessarie per partecipare ai bandi universitari. Il professore ha raccontato che più di una volta gli specializzandi gli hanno chiesto di poter aggiungere la loro firma ai suoi lavori che venivano pubblicati nelle riviste scientifiche. “Io li ho mandati via tutti – ha precisato -. Facevo firmare solo le persone che avevano effettivamente lavorato con me. Ma c’è chi si presta, e si crea un giro di firme che poi non corrispondono ad un vero lavoro di ricerca“.

Crisanti ha concluso: “In questo modo l’università perde credibilità, i ragazzi se ne vanno all’estero e non tornano più“.

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