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Crepet attacca: "C'è un patto scellerato tra scuola e famiglia"

L'attacco di Paolo Crepet parlando del 13enne che ha accoltellato la sua professoressa a Roma: "C'è un patto scellerato tra scuola e famiglia"

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Camilla Ferrandi

Camilla Ferrandi

GIORNALISTA

Nata e cresciuta a Grosseto, sono una giornalista pubblicista laureata in Scienze politiche. Nel 2016 decido di trasformare la passione per la scrittura in un lavoro, e da lì non mi sono più fermata. L’attualità è il mio pane quotidiano, i libri la mia via per evadere e viaggiare con la mente.

Alla base dei vari episodi di violenza nelle scuole italiane, ultimo quello dell’aggressione ad un’insegnante da parte di un 13enne a Roma, c’è anche quello che Paolo Crepet ha definito un "patto scellerato" tra scuola e famiglia. Secondo il noto psichiatra e sociologo, molti genitori di oggi sono "servi dei figli", sempre pronti a difenderli come se fossero "intoccabili". E ciò avviene anche all’interno delle mura scolastiche.

Perché Crepet definisce il rapporto scuola-famiglia un "patto scellerato"

"Questo patto scellerato tra scuola e famiglia ha fatto sì che i genitori entrassero nella scuola, che sembrava un’idea geniale tanti anni fa, e abbiamo visto cosa è successo", ha detto Paolo Crepet a Ignoto X su La 7, commentando il caso del 13enne che il 18 settembre ha aggredito con un coltello una sua professoressa nella scuola media Verga di Roma.

Crepet, secondo cui i genitori non dovrebbero entrare a scuola se non una volta all’anno per il colloquio con i docenti, ha proseguito: "I genitori sono dei sindacalisti, sono delle persone che vanno lì a proteggere i loro figli come se fossero intoccabili, come se fossero una sorta di casta a cui bisogna solo genuflettersi".

Crepet ha poi evidenziato un paradosso generazionale: "Magari hanno contestato i loro genitori, ovvero i nonni, per poi essere servi dei loro figli".

Questa dinamica, a suo parere, alimenta reazioni sproporzionate nei giovani: "A forza di essere servi dei figli, questi ragazzi, al primo no, alla prima interrogazione andata male, prendono un coltello e si difendono, perché lo vivono come una sorta di vilipendio". E si riprende tutto con lo smartphone "come se fosse la prova provata di chissà quale vendetta giusta", ha affermato Crepet.

Crepet su violenza giovanile e "la grande responsabilità" degli adulti

Nel suo intervento, Crepet ha parlato di una "assoluta incapacità di molti adolescenti a capire che cosa è la frustrazione". Dunque, per loro, "un qualsiasi inceppo, una qualsiasi sconfitta, grande o piccola che sia, è intollerabile".

Questi ragazzi, ha proseguito, "sono cresciuti senza avere la minima idea di che cosa vuol dire inciampare, fare una brutta figura, non andare bene a scuola, essere rifiutati da un ragazzo o una ragazza". Una condizione che, secondo Crepet, deriva dal fatto che "sono cresciuti nella assoluta incapacità di capire che nella vita si può perdere", conseguenza diretta di "una dimenticanza": "Ci siamo dimenticati quanto sia importante il gioco per un bambino".

Il gioco, ha spiegato, è uno strumento educativo fondamentale: "Quando giochi perdi, quindi costruisci degli anticorpi nei confronti di quella perdita". Giocando si impara che "quella perdita è momentanea e non definitiva", che "non è un giudizio su di te", ma "una cosa che può capitare" e "da cui ci si riprende". E, soprattutto, che "dopo una sconfitta si vince".

Secondo Crepet, invece, molti giovani "non hanno la più pallida idea di tutto questo perché non hanno giocato, e sono rimasti nelle loro camere da letto con la Playstation".

Questa, ha concluso lo psichiatra, "è stata la nostra grande responsabilità da adulti. Lo facciamo da tanti anni e non ce ne accorgiamo".