Crepet attacca la "wow culture": cos'è e perché è un "problema"
Paolo Crepet parla di come è cambiata la comunicazione con l'avvento dei social e attacca la "wow culture": di cosa si tratta e perché è "un problema"
La comunicazione è cambiata profondamente con l’avvento dei social network. La necessità di essere rapidi e facilmente comprensibili ha modificato il modo in cui ci informiamo e come raccontiamo ciò che accade. Il tema è stato affrontato da Paolo Crepet in un’intervista, nella quale lo psichiatra e sociologo riflette sui limiti di una comunicazione sempre più compressa nei tempi e negli spazi imposti dalle piattaforme digitali. E attacca la "wow culture", quella tendenza a cercare un’immediata reazione di stupore, senza lasciare il tempo necessario per capire e sviluppare un pensiero.
- Cos'ha detto Crepet sulla comunicazione ai tempi dei social
- Perché Crepet cita Ungaretti parlando di comunicazione
- Per Crepet "abbiamo cominciato a essere idioti da tanti anni"
Cos’ha detto Crepet sulla comunicazione ai tempi dei social
Secondo Paolo Crepet esistono alcune capacità cognitive che non possono essere adattate ai ritmi imposti dalla tecnologia. "Ci sono delle skill del nostro cervello che non possono essere inventate di sana pianta solo perché siamo diventati cittadini del mondo nel 2026. Penso all’attenzione, che ha bisogno di tempo, non può essere istantanea", ha spiegato in un suo intervento a RadioNowhere.
Il problema nasce quando la comunicazione viene costruita per essere consumata rapidamente, senza lasciare allo spettatore il tempo necessario per comprendere e approfondire ciò che sta vedendo. Per esempio, lo scroll continuo sullo smartphone non lascia il tempo di soffermarsi su ciò che si sta guardando e, osserva Crepet, finisce per appiattire anche le nostre emozioni.
Lo psichiatra parla in questo senso di una "wow culture", nella quale qualcosa deve colpire subito, provocando una reazione immediata, senza necessariamente produrre una vera comprensione: "Arrivi e dici: ‘Oh che bello. Che cos’è? Non lo so’. E non sai che cos’è che ti fa dire che è bello. È tutto ciò che deve sembrare e non essere".
Crepet ha poi applicato questa riflessione alla comunicazione politica, che oggi "deve essere riassumibile in un tempo che non è quello che tu vuoi".
E ha fatto un esempio: "Provate a pensare ai vecchi comizi. Una volta c’era il comiziante che era uno che si alzava sulla piazza e diceva le sue cose. Poteva durare 10 minuti come 2 ore. Fidel Castro durava 8-9 ore". Oggi, invece, "Fidel Castro sarebbe costretto da Instagram a dire delle cose in un minuto, un minuto e mezzo forse".
Il risultato, fa notare Crepet, è una comunicazione semplificata: "Cosa dici in un minuto e mezzo? Che il Po si è seccato e che fa molto caldo, questo è quello che puoi dire. Fai un reel sul Po che effettivamente è un rigagnolo. Dopodiché, perché si è asciugato, cosa possiamo fare noi perché non diventi anche il prossimo anno così… questo lo rimandiamo ai posteri".
Perché Crepet cita Ungaretti parlando di comunicazione
Crepet ha evidenziato che "questo non vale solo per i politici, vale anche per noi", ovvero riguarda anche la possibilità di raccontare esperienze personali. "Se uno deve raccontare in un minuto e mezzo la fine di un amore? Ci riuscirebbe Ungaretti, probabilmente – ha detto lo psichiatra -. Ma noi non siamo Ungaretti, non abbiamo sette parole per dirlo. A meno che uno non faccia il volgare. Però, insomma, non è elegante nei confronti del sentimento, mettiamola così".
Un’altra cosa che preoccupa Crepet, da lui definita "incredibile", è che la tendenza alla brevità nella comunicazione è diventata una "legge mondiale". Cioè, ha spiegato, "il globo ragiona in un solo modo, perché non è che c’è un pensiero africano piuttosto che un pensiero asiatico o europeo o nord americano. C’è un pensiero che è sempre un minuto e mezzo".
Per Crepet "abbiamo cominciato a essere idioti da tanti anni"
Quando Raffo Ferraro, uno degli intervistatori, ha fatto notare allo psichiatra che la ricerca della brevità era "già in atto nei talk show" e che i social l’hanno solo "spinta all’estremo", Crepet ha ribattuto: "Che abbiamo cominciato a essere idioti da tanti anni ne ho piena coscienza". Però, ha aggiunto, "io 30 anni fa partecipavo a tanti talk show". E se "è vero che c’erano tanti ospiti", è vero anche che "una puntata durava un’ora e mezzo".
"Un’ora e mezza ora è difficile. YouTube è l’unico social che tollera qualche lunghezza, che io sappia non ce ne sono molti altri. E questo è un problema", ha concluso Paolo Crepet.