Crepet attacca: "Ma a scuola si parla?". E tira in ballo Ultimo
"A scuola si parla?", si è chiesto Paolo Crepet parlando delle fragilità delle nuove generazioni: lo psichiatra ha anche tirato in ballo Ultimo
In un momento storico in cui il disagio giovanile assume forme sempre più complesse e silenziose, è fondamentale interrogarsi su come gli ambienti educativi possano diventare luoghi di ascolto autentico, empatia e prevenzione. “Ma a scuola si parla?”, si è chiesto lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet in un’intervista, raccontando di un sistema educativo che spesso, a suo avviso, pecca nella mancanza di comunicazione. Durante il suo intervento, il professore ha anche citato il cantautore Ultimo.
Crepet: “Non si arriva al suicidio per una bocciatura”
“Posso dire solamente che non si arriva a un gesto del genere per una bocciatura, quella è solo l’ultima cosa che ha spinto al suicidio”. Lo ha detto Paolo Crepet, intervistato da Il Messaggero in merito alla morte di una liceale che è precipitata dal balcone del suo palazzo dopo essere stata bocciata agli esami di recupero.
Per lo psichiatra, un gesto estremo come il suicidio non può essere riconducibile a un singolo evento scolastico, ma è il risultato di un dolore profondo, spesso invisibile, che si accumula nel tempo.
“Non esiste un codice segreto per capire in tempo”, ha precisato lo psichiatra. “Quel che ripeto è semplice: dobbiamo banalmente parlare”, ha spiegato il professore, evidenziando che oggi la comunicazione, dentro e fuori la famiglia, “si è interrotta”.
In questo contesto, secondo Crepet, i dispositivi elettronici, che tengono le persone costantemente distratte da “qualcosa che lampeggia sullo schermo”, hanno contribuito ad aumentare la distanza tra le persone, creando un muro tra genitori e figli, tra insegnanti e studenti.
“Ho scritto il primo libro sui suicidi giovanili 30 anni fa, la situazione è solo peggiorata – ha osservato -. E ancora stiamo parlando della possibilità di tenere il cellulare in classe. Ancora non è chiaro che i telefonini vanno messi dentro il cassetto“.
Cosa deve fare la scuola per Crepet (che cita Ultimo)
“Tutto va intercettato e interpretato parlando, almeno a scuola si può e si deve fare“, ha proseguito lo psichiatra, aggiungendo che “se non posso comandare una famiglia, posso farlo con la scuola”.
Ma una scuola che “discute su un film, sul concerto di Ultimo, interagisce davvero?”, si è chiesto Crepet, ribadendo: “Parlando si cresce e ci si confronta, è essenziale. E se (la scuola) non lo fa, qualcosa non va”.
L’esperto ha spiegato che ogni ragazzo o ragazza reagisce a una delusione o a un malessere in modo diverso: “Chi si ubriaca, chi si fa un viaggio, chi si chiude in casa. Alcuni si riducono a metter fine alla loro vita, in età così giovane, epilogo peggiore, semplicemente perché più sensibili, esposti, ma c’è qualcuno che se ne accorge? Hanno in tutti questi anni inventato forme diverse di scuola?“, ha commentato.
Quella a cui ambisce Crepet è una scuola “senza telefonini” che funga da vero e proprio laboratorio di vita, favorendo esperienze condivise. Un luogo dove non ci si limita a imparare nozioni scritte sui libri, ma “dove si fa mimo, danza, fotografia, si ride, si parla, si ascolta musica“, ha concluso.
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