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Crepet non vuole questo mondo: bisogna "continuare a pensare"

Paolo Crepet ha detto che non vuole "questo mondo" e che "bisogna continuare a pensare": l'allarme dello psichiatra sull'intelligenza artificiale

Camilla Ferrandi

Camilla Ferrandi

GIORNALISTA SOCIO-CULTURALE

Nata e cresciuta a Grosseto, sono una giornalista pubblicista laureata in Scienze politiche. Nel 2016 decido di trasformare la passione per la scrittura in un lavoro, e da lì non mi sono più fermata. L’attualità è il mio pane quotidiano, i libri la mia via per evadere e viaggiare con la mente.

Viviamo in un’epoca di grandi trasformazioni, in cui il rapporto tra essere umano e tecnologia sta progressivamente ridefinendo ogni ambito della vita, dal lavoro alla scuola fino alle relazioni interpersonali. In questo contesto, Paolo Crepet invita a riflettere su cosa stiamo diventando. Sempre più spesso, infatti, tendiamo a delegare alle macchine non solo le attività pratiche, ma anche i processi mentali, rinunciando gradualmente, per lo psichiatra, a esercitare il pensiero critico. Da qui il suo appello: "Bisogna continuare a pensare".

Perché Paolo Crepet è contro a "questo mondo"

"Io non ho un’idea di cosa debba essere il mondo, so che non voglio questo mondo", ha detto Paolo Crepet durante un’intervista ripresa in un reel Instagram pubblicato da HarperCollins Italia.

Lo psichiatra ha poi delineato la sua visione del futuro, evidenziando come questa rappresenti l’esatto opposto di ciò che desidera: "Non voglio un mondo in cui c’è un robot che mi tira su le lenzuola prima di dormire. Non voglio un mondo dove nessuno fa più niente e il lavoro sarà fatto da robot o dagli algoritmi. Non voglio questo mondo".

In queste parole, Crepet concentra la sua critica verso una società che, nel nome della comodità e dell’efficienza, sta andando sempre più nella direzione di eliminare qualsiasi forma di impegno e sforzo umano. Ma, avverte, il rischio è quello di svuotare l’essenza stessa delle persone, fatta anche di fatica, scelte, errori e responsabilità. Il pericolo, a suo avviso, è dunque quello di promuovere una visione dell’esistenza passiva, in cui l’individuo rinuncia al proprio ruolo attivo nel mondo.

"Non voglio stare in una panchina in mezzo a un parco a girarmi i pollici. Voglio continuare a pensare, a determinare la mia vita. Questo è riprendersi l’anima", ha concluso Paolo Crepet.

L’allarme di Crepet sull’intelligenza artificiale

Intervenuto a Pomeriggio 24 lo scorso febbraio sul tema dei social, Crepet ha messo in guardia dall’uso indiscriminato dell’IA in qualsiasi ambito della vita quotidiana: "Se io per qualsiasi cosa, da Garibaldi alla fidanzata piuttosto che non so quale altro argomento anche culinario, chiedo all’intelligenza artificiale, è fatta: il nostro cervello è meglio metterlo in garage che lo stesso".

E ha proseguito: "Pensate a che cosa accadrà della creatività umana con l’intelligenza artificiale. Non dico che non ci sarà, ma sarà del tutto diversa. Sarà completamente diversa. Perché scrivere con l’intelligenza artificiale non è la stessa cosa che arrabbiarti per ogni virgola, ogni aggettivo che usi".

Riprendendo un concetto che ha più volte definito "l’erotismo della delega", Crepet ha denunciato la crescente tendenza a delegare alle macchine ciò che dovremmo fare noi: "La seduzione verso il facile, verso il comodo, è ovvia. Il problema è che l’uomo ha sempre fatto fatica per rinnovarsi. Se adesso non la fa più è perché ci sono altre cose che rinnovano l’umanità e che sono gli algoritmi".

Il rischio, secondo lo psichiatra, è che rinunciando a qualsiasi sforzo si smetta di pensare davvero: la mente si adagia, la creatività perde il suo slancio e la capacità critica si affievolisce.

"Se (Elon) Musk dice che il futuro del lavoro sarà robot e intelligenza artificiale, noi cosa facciamo? Se poi dicono anche che camperemo 130 anni, cosa facciamo per 130 anni a non fare niente? È lunga, eh", ha concluso Crepet.