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Il dottor Nicola Macchione Instagram @md_urologist

Ddl Valditara e consenso informato, Macchione: "Occhio ai rischi"

In merito al ddl di Valditara sul consenso informato e l'educazione sessuale a scuola, abbiamo intervistato il dottor Nicola Macchione

Patrizia Chimera

Patrizia Chimera

GIORNALISTA PUBBLICISTA

Giornalista pubblicista, è appassionata di sostenibilità e cultura. Dopo la laurea in scienze della comunicazione ha collaborato con grandi gruppi editoriali e agenzie di comunicazione specializzandosi nella scrittura di articoli sul mondo scolastico.

A inizio giugno 2026 il Senato ha dato il via libera definitivo al disegno di legge (ddl) Valditara sul consenso informato a scuola, che è così ufficialmente diventato una legge dello Stato. Il testo, approvato a dicembre 2025 dalla Camera dei Deputati, ha introdotto diverse regole per quello che riguarda l’educazione sessuale a scuola, con direttive diverse in base all’età degli studenti. Se da un lato è stato previsto un divieto categorico di parlare di tali argomenti alla scuola dell’infanzia e alla scuola primaria, per quello che riguarda, invece, le scuole medie e superiori, è stato introdotto il consenso informato delle famiglie: si potranno affrontare queste tematiche con studenti e studentesse adolescenti solo se i genitori o i tutori legali lo consentiranno.

Su Instagram il dottor Nicola Macchione ha pubblicato un post di riflessione proprio su questo argomento. L’urologo e andrologo di Milano, che esercita la professione a Milano presso l’Ospedale San Paolo e la Clinica Columbus ha riflettuto "su quanto siamo diventati silenziosi" e il riferimento è l’approvazione del disegno di legge del ministro Giuseppe Valditara sul consenso informato e l’educazione sessuale e affettiva.

Per Macchione "al di là del merito della legge, c’è un dato politico e sociale ancora più inquietante: il deserto" perché "in un Paese normale, un intervento così drastico su temi che toccano la salute dei giovani, la prevenzione, l’educazione al rispetto e il contrasto alla violenza di genere avrebbe scatenato un dibattito feroce. Avrebbe riempito le piazze". In Italia, invece, questa notizia è stata accolta "nell’apatia più totale".

Nicola Macchione nel suo intervento ha aggiunto: "Il vero capolavoro della politica contemporanea non è aver convinto i cittadini, è averli resi esausti. Tra un annuncio e uno slogan usa-e-getta, siamo stati anestetizzati". Il medico ha riflettuto sul fatto che "accettiamo che la scuola abdichi al suo ruolo educativo, lasciando che i ragazzi scoprano la sessualità e l’affettività da soli su internet, per sfinimento e rassegnazione". Invece, "la scuola dovrebbe essere il luogo in cui si costruisce una società più consapevole e aperta. Se smettiamo di indignarci e di partecipare anche quando si parla del futuro emotivo e relazionale delle nuove generazioni, cosa ci resta da difendere?".

Abbiamo voluto approfondire il tema con il dottor Nicola Macchione, intervistandolo non solo sulla legge sul consenso informato a scuola e sulle modalità di approccio all’eeducazione sessuale e affettiva in classe, ma anche sui rischi che una soluzione di questo tipo potrebbe avere sulla crescita di ragazzi e ragazze.

Nel suo post su Instagram Lei parla di una scuola che "abdica al suo ruolo educativo". Quale ruolo dovrebbe avere concretamente la scuola nell’educazione affettiva e sessuale? E la famiglia?

"La famiglia è il primo luogo educativo e affettivo di ogni ragazzo, e nessuna istituzione può sostituirla. Tuttavia, non tutte le famiglie hanno le stesse competenze, lo stesso tempo o la stessa serenità nel trattare temi come sessualità, consenso, prevenzione e relazioni.

La scuola dovrebbe svolgere un ruolo complementare, non sostitutivo. Dovrebbe garantire a tutti gli studenti un accesso equo a informazioni scientificamente corrette e adeguate all’età, affrontando temi come pubertà, salute sessuale, prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili, consenso, rispetto reciproco e gestione delle relazioni. Sono competenze di cittadinanza e di salute pubblica, non questioni ideologiche".

L’obbligo di consenso informato alle medie e alle superiori potrebbe creare disparità tra studenti della stessa classe?

"Sì, questo è uno dei rischi principali. Se alcuni studenti partecipano e altri no, si crea inevitabilmente una disparità nell’accesso alle informazioni. La conseguenza è che proprio chi avrebbe maggiore bisogno di strumenti educativi potrebbe rimanerne escluso.

In sanità sappiamo che la prevenzione funziona quando raggiunge tutti. Quando l’accesso alle informazioni dipende esclusivamente dal contesto familiare, le disuguaglianze tendono ad aumentare anziché ridursi".

Nel suo post scrive che i ragazzi rischiano di imparare da soli su internet. Quali sono oggi i principali rischi di questa situazione e quali sono gli argomenti che, nella sua esperienza professionale, generano più dubbi e disinformazione tra i giovani?

"Oggi internet è spesso la prima fonte di informazione sessuale per gli adolescenti. Il problema è che una parte significativa di questi contenuti è rappresentata da pornografia, influencer privi di competenze specifiche o informazioni non verificate.

Nella mia esperienza professionale vedo molti dubbi legati allo sviluppo puberale, alle dimensioni genitali, alla fertilità, alla contraccezione, alle infezioni sessualmente trasmissibili e alla normalità delle proprie esperienze corporee. Molti ragazzi costruiscono le proprie aspettative sulla sessualità attraverso modelli irrealistici e questo può generare ansia, insicurezza e comportamenti poco consapevoli".

Quanto è importante affrontare temi come consenso, rispetto reciproco e relazioni sane già durante l’infanzia?

"È fondamentale, purché lo si faccia con linguaggi e contenuti adeguati all’età. Educare al consenso nell’infanzia non significa parlare di sessualità adulta, ma insegnare il rispetto dei confini personali, l’empatia, il riconoscimento delle emozioni e il valore del rispetto reciproco.

Queste competenze rappresentano le basi su cui, negli anni successivi, si costruisce una visione sana delle relazioni affettive e della sessualità".

Nel suo post sostiene che il dato più inquietante sia l’assenza di dibattito pubblico. Perché, secondo lei, questa legge non ha suscitato una mobilitazione più ampia?

"Credo che il tema sia stato spesso presentato come una contrapposizione ideologica, mentre dovrebbe essere affrontato come una questione educativa e sanitaria. Quando un argomento viene polarizzato, molte persone smettono di discuterne nel merito.

Mi ha colpito soprattutto il fatto che una norma con potenziali ricadute sulla formazione e sulla salute dei giovani non abbia generato un confronto pubblico ampio e approfondito. Indipendentemente dalle posizioni politiche, credo che temi di questa portata meritino un dibattito più partecipato".

Se potesse spiegare ai genitori contrari all’educazione affettiva a scuola perché ritiene che sia importante, cosa direbbe loro?

"Direi anzitutto che comprendo il desiderio di essere protagonisti dell’educazione dei propri figli. È un diritto e una responsabilità fondamentale.

Ma l’educazione affettiva e sessuale a scuola non serve a sostituire i genitori. Serve a fornire strumenti condivisi, basati su evidenze scientifiche, per aiutare ragazzi e ragazze a comprendere il proprio corpo, rispettare sé stessi e gli altri, riconoscere situazioni di rischio e costruire relazioni sane.

L’obiettivo non è trasmettere valori familiari, che restano competenza dei genitori, ma garantire conoscenze e competenze che possono proteggere la salute e il benessere dei giovani".