Salta al contenuto
vita lavorativa iStock

Dopo la scuola, la vita lavorativa in Italia è corta: quanto dura

Secondo un nuovo studio della Cna, in Italia, dopo scuola e università, ad attendere i giovani c'è una vita lavorativa "corta": ecco quanto dura

Camilla Ferrandi

Camilla Ferrandi

GIORNALISTA

Nata e cresciuta a Grosseto, sono una giornalista pubblicista laureata in Scienze politiche. Nel 2016 decido di trasformare la passione per la scrittura in un lavoro, e da lì non mi sono più fermata. L’attualità è il mio pane quotidiano, i libri la mia via per evadere e viaggiare con la mente.

L’Italia è uno dei Paesi europei in cui si vive più a lungo, ma anche uno di quelli con la vita lavorativa più corta. A dirlo è un nuovo studio della Cna, la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola impresa, che ha messo a confronto i dati dei diversi Stati dell’Unione europea per capire cosa attende le nuove generazioni quando, dopo la scuola e l’università, entreranno nel mercato del lavoro.

Quanto dura la vita lavorativa in Italia: lo studio

Secondo lo studio della Cna, nel 2025 la durata attesa della vita lavorativa in Italia è 33 anni, il secondo valore più basso dell’Unione europea dopo la Romania, e ben quattro anni e mezzo in meno rispetto alla media Ue, pari a 37,5 anni.

La distanza dalle principali economie europee è molto ampia: in Germania la durata attesa della vita lavorativa è 40,2 anni, in Francia 37,5 e in Spagna 36,8. Nei Paesi Bassi è addirittura 44 anni, 11 in più rispetto all’Italia.

Come sottolineato dalla Cna, l’indicatore preso in considerazione per l’indagine non misura l’età pensionabile né il numero di anni lavorati da chi ha un’occupazione stabile. Stima invece gli anni che una persona di 15 anni può attendersi di trascorrere come forza lavoro nell’arco della sua vita, sia occupata che disoccupata, sulla base delle attuali condizioni demografiche e dei livelli di partecipazione al mercato del lavoro.

"Il risultato italiano riflette quindi soprattutto l’ingresso tardivo dei giovani, le carriere discontinue e la bassa partecipazione femminile", hanno spiegato dalla Confederazione, facendo notare come tutto questo avviene in un Paese con l’età mediana di 49,1 anni, in cui gli over 65 rappresentano quasi un quarto della popolazione e dove quota di spesa riservata alle pensioni (15,5% del Pil) è la più alta dell’Ue.

Il dato più critico riguarda la vita lavorativa delle donne: in Italia è pari a 28,4 anni, contro una media europea 35,4. Sono 4,6 anni in meno rispetto alla media nazionale e quasi 9 anni in meno rispetto agli uomini: il valore più alto di tutta l’Unione.

Si tratta di un dato in linea con il tasso di occupazione femminile, che nel nostro Paese è pari al 58%, quasi 13 punti percentuali sotto la media Ue.

L’appello di Cna: "Servono misure per l’occupazione giovanile"

"La vera questione previdenziale italiana dunque è una questione di lavoro, produttività e partecipazione. In un Paese che invecchia rapidamente, lasciare inutilizzata una parte così ampia del capitale umano non rappresenta soltanto un problema sociale, ma un limite strutturale alla crescita e alla tenuta futura del sistema pensionistico", ha commentato il presidente della Cna, Dario Costantini.

Secondo l’associazione di categoria, "senza nuove assunzioni, staffette generazionali e percorsi di affiancamento, la permanenza degli anziani rischia di rallentare l’ingresso dei giovani e di rendere ancora più difficile il ricambio delle competenze".

Per questo, hanno sottolineato dalla Cna, "servono politiche mirate per l’occupazione giovanile e femminile, il rafforzamento dell’istruzione tecnica e professionale, l’apprendistato, la conciliazione tra lavoro e famiglia, la formazione continua e l’invecchiamento attivo". Misure che, nelle intenzioni della Confederazione, dovrebbero permettere alle nuove generazioni di costruire carriere più stabili e più lunghe, riducendo il divario che oggi separa l’Italia dal resto d’Europa.