Salta al contenuto
Dopo la scuola, meno giovani in Italia: "Chi lavorerà nel 2030?” iStock

Dopo la scuola, meno giovani in Italia: "Chi lavorerà nel 2030?”

Negli ultimi dieci anni i giovani italiani tra i 15 e i 34 anni sono diminuiti di quasi 550 mila persone e ciò ha effetti sul mondo del lavoro

Stefania Bernardini

Stefania Bernardini

GIORNALISTA

Giornalista professionista dal 2012, ha collaborato con le principali testate nazionali. Ha scritto e realizzato servizi Tv di cronaca, politica, scuola, economia e spettacolo. Ha esperienze nella redazione di testate giornalistiche online e Tv e lavora anche nell’ambito social

Da tempo si parla di crisi demografica con l’Italia tra i Paesi europei in cui si fanno meno figli. A ciò si aggiunge anche il problema della fuga dei cervelli con molti giovani che, dopo la scuola, preferiscono tentare di costruire il loro futuro e la loro carriera all’estero. La Cgia di Mestre, associazione di artigiani e piccole imprese, ha pubblicato alcuni dati allarmanti con una prospettiva sul lavoro nel 2030 che impone di fare alcune riflessioni.

I dati sui giovani e il lavoro

L’ufficio studi della Cgia di Mestre ha comunicato che negli ultimi dieci anni i giovani italiani tra i 15 e i 34 anni sono diminuiti di quasi 550 mila unità come effetto diretto della crisi demografica che sta interessando il nostro Paese.

L’associazione avvisa che il dato desta forte preoccupazione, poiché mette a rischio, tra le altre cose, anche la tenuta del sistema occupazionale nazionale. Entro il 2029, infatti, oltre 3 milioni di lavoratori usciranno dal mercato del lavoro per raggiunti limiti d’età e/o di anzianità contributiva.

Tra il 2025 e il 2029, secondo le previsioni del Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere-Anpal, quasi 3 milioni di italiani lasceranno fabbriche e uffici. Si tratta per lo più di baby boomer che andranno in pensione.

Per molti imprenditori, sarà molto difficile trovare personale e per la Cgia, a farne le spese saranno soprattutto le piccole imprese, che hanno una capacità attrattiva nei confronti dei giovani nettamente inferiore rispetto alle aziende di dimensioni maggiori.

Di questi 3 milioni di addetti, poco più di 1,6 milioni sono dipendenti del settore privato, 768.200 dipendenti pubblici e 665.500 lavoratori autonomi. A livello territoriale, gli imprenditori che molto probabilmente si troveranno più in difficoltà a rimpiazzare coloro che andranno in quiescenza saranno i lombardi che "subiranno" una incidenza delle uscite dei dipendenti privati sul totale del 64,6 per cento, gli emiliano-romagnoli con il 58,6 e i veneti con il 56,5.

Gli immigrati non risolvono la situazione

Se molti pensano che gli immigrati potranno colmare i vuoti occupazionali, la Cgia mette in guardia su una situazione ben diversa.

Nel breve periodo, l’ingresso di nuovi extracomunitari può rappresentare uno strumento per affrontare questa sfida, a condizione di riuscire a preparare adeguatamente le persone nei Paesi di origine che intendono entrare in Italia.

L’associazione segnala che, come previsto anche dal cosiddetto Piano Mattei, dobbiamo accelerare sulla realizzazione di corsie preferenziali nell’assegnazione delle quote di ingresso, riservandole a chi, nel proprio Paese natale, abbia frequentato un corso di lingua italiana e ottenuto una qualifica che attesti il possesso delle competenze professionali richieste dalle nostre imprese.

A queste ultime, però, spetta il compito di garantire a queste maestranze un’occupazione stabile e un aiuto concreto nella ricerca di un alloggio dignitoso e a prezzo accessibile.

A rischio il sistema pensionistico?

La mancanza di lavoratori e quindi di contribuenti rischia di creare una falla anche sulla tenuta dei conti del sistema pensionistico.

Per i prossimi decenni, le proiezioni di Istat e Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) indicano che l’incidenza della spesa previdenziale sul Pil nazionale subirà un aumento transitorio, passando dall’attuale 15,4 per cento a un picco stimato intorno al 17 per cento verso il 2040, per poi scendere gradualmente sotto il 14 per cento entro il 2070.

Si tratta di previsioni di lungo periodo, quindi soggette a margini di errore che potrebbero non essere trascurabili; tuttavia, sembra che nel tempo il sistema sia in grado di autosostenersi. La Cgia sottolinea però che resta aperto il problema dell’entità degli importi che verranno erogati agli aventi diritto nei prossimi decenni.

Ai giovani d’oggi, che spesso hanno carriere lavorative discontinue e retribuzioni relativamente basse, l’Inps corrisponderà assegni contenuti, difficilmente sufficienti a garantire una vita dignitosa. Visto che finora l’adesione da parte dei lavoratori dipendenti alla previdenza complementare è stata molto contenuta, per l’associazione la questione andrebbe affrontata nell’immediato, come hanno già fatto alcuni paesi in UE, introducendo, ad esempio, la possibilità di aderire, su base volontaria, a un risparmio previdenziale nominativo presso l’Inps.