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I lavori più a rischio con l'IA: il nuovo report iStock

Dopo la scuola: OpenAI ha svelato i lavori a rischio per l'IA

L'Italia è tra i Paesi europei più esposti al rischio con l'avvento dell'IA nel mondo del lavoro: ecco le professioni che potrebbero sparire

Francesca Pasini

Francesca Pasini

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Content Writer laureata in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività Culturali, vivo tra l'Italia e la Spagna. Amo le diverse sfumature dell'informazione e quelle storie di vita che parlano di luoghi, viaggi unici, cultura e lifestyle, che trasformo in parole scritte per lavoro e per passione.

Quali saranno i lavori più a rischio a causa dell’Intelligenza Artificiale nei prossimi anni? A provare a rispondere è il nuovo rapporto "The AI Jobs Transition Framework for the EU" di OpenAI Economic Research, che ha analizzato 2.609 professioni nei 27 Paesi dell’Unione europea.

Per l’Italia il quadro è particolarmente delicato: il 16% dei lavori italiani è ad alto rischio di sostituzione (solo in Germania e Grecia la percentuale è più alta), mentre appena il 10% delle professioni potrebbe beneficiare di una crescita della domanda grazie all’IA. Lo studio, basato sulla classificazione europea ESCO e sui dati Eurostat 2025, individua quindi le professioni che potrebbero cambiare maggiormente con la diffusione dell’IA. Informazioni preziose anche per gli studenti, che possono trovare in questi dati uno spunto in più per orientarsi nella scelta del percorso di studi e del proprio futuro professionale.

Quali sono i lavori più a rischio a causa dell’IA

Per valutare l’impatto dell’IA sul mercato del lavoro, OpenAI ha preso in considerazione tre fattori principali: la necessità della presenza umana (per motivi di legge, responsabilità, presenza fisica o relazione di fiducia), la possibilità che la riduzione dei costi generi nuova domanda di servizi e quanto l’IA riesce davvero a eseguire le mansioni di un ruolo.

Dall’analisi di 2.609 professioni europee basata su tali fattori emergono quattro macro-categorie di lavori a rischio.

La prima comprende i lavori destinati a subire cambiamenti meno immediati. Si tratta di quelle professioni in cui il contatto umano, la presenza fisica o la responsabilità diretta restano centrali. Rientrano in questa fascia, ad esempio, gli insegnanti della scuola secondaria, gli assistenti sociali nelle situazioni di crisi, i tutori legali e le ostetriche.

La seconda categoria riguarda i lavori che potrebbero crescere grazie all’Intelligenza Artificiale, che da un lato renderà alcuni servizi più economici, permettendo così un aumento della domanda. Vi rientrano professioni come sviluppatori di software, architetti, consulenti per le energie rinnovabili e agenti di viaggio.

Nella terza fascia rientrano i lavori che verranno riorganizzati, dove l’IA diventerà uno strumento di supporto nelle attività quotidiane (soprattutto burocratiche), senza quindi sostituire il professionista. Quali professioni vi rientrano? Infermieri, avvocati, commercialisti, funzionari pubblici e doganieri che continueranno a svolgere un ruolo centrale, ma con compiti e modalità di lavoro profondamente diversi.

La quarta categoria è quella ad alto potenziale di automazione e che quindi rischia maggiormente con l’avvento dell’IA poiché molte attività sono ripetitive e standardizzate. Tra gli esempi citati dal rapporto figurano gli addetti all’inserimento dati, gli addetti alle paghe, gli operatori del servizio clienti e gli agenti per il collocamento.

L’Italia è tra i Paesi più esposti al rischio

Secondo lo studio, il mercato del lavoro italiano presenta un profilo diverso rispetto alla media europea. Prendendo in considerazione le 4 macro-categorie individuate, il 16% dell’occupazione italiana è concentrato nel gruppo di professioni considerate ad alto potenziale di automazione (la quarta categoria). Si tratta di una quota superiore alla media europea (14%) e inferiore soltanto a quella di Germania e Grecia (entrambe al 17%).

Nella categoria della riorganizzazione (la terza) vi rientrano il 24% dei lavori italiani, mentre il 51% rientra nella prima fascia, che dovrebbe subire cambiamenti meno immediati. Solo il 10% dei lavoratori del Belpaese opera invece in professioni che potrebbero beneficiare di una crescita della domanda grazie all’IA (seconda categoria), contro una media europea del 12%.

Nel contesto europeo, a guidare la classifica delle professioni che potrebbero crescere con l’IA sono Lussemburgo, Svezia e Paesi Bassi, con numeri che in certi casi raddoppiano quelli italiani.

Perché l’IA non si traduce per forza in meno posti di lavoro

Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda l’effetto sulla domanda di beni e servizi con l’introduzione dell’IA. Una professione, spiegano gli economisti di OpenAI, non è destinata automaticamente a perdere occupazione solo perché l’Intelligenza Artificiale è in grado di svolgere alcune delle sue attività. Se l’IA rende un servizio più economico, infatti, potrebbe aumentare il numero di persone che decide di acquistarlo, creando nuove opportunità lavorative.

È quanto potrebbe accadere nei servizi digitali, nelle attività basate su progetti o nei lavori che possono essere svolti a distanza. Al contrario, nei settori dove la domanda dipende da fattori esterni, come la scuola, la sanità o i servizi pubblici, una maggiore produttività difficilmente porterà a un aumento del numero di posti di lavoro.