Essere timidi penalizza davvero all'orale?
Gli studi mostrano che chi prova timidezza può faticare a esporsi all'orale, pur avendo una preparazione pari chi è più disinvolto.
- Essere persone timide non significa essere meno preparate, anche se può rendere più difficile esporsi durante un'interrogazione.
- Un orale equo dovrebbe distinguere la conoscenza e la capacità espositiva dalla semplice sicurezza nel parlare.
- La timidezza non è un difetto, ma se provoca blocchi che limitano la vita quotidiana può essere utile rivolgersi a un professionista.
C’è chi durante un’interrogazione riesce a parlare con sicurezza, costruisce rapidamente le risposte e non sembra preoccuparsi troppo di avere gli occhi della classe addosso. E c’è chi, pur avendo studiato, ha bisogno di più tempo per rispondere e si sente meno a proprio agio quando tutta l’attenzione è concentrata su di sé. Essere timidi può quindi diventare uno svantaggio nelle interrogazioni? Le ricerche suggeriscono che la timidezza non corrisponde a una minore preparazione, ma può influenzare il modo in cui si partecipa e si riesce a mostrare ciò che si sa.
- Essere timidi non significa essere meno preparati
- Perché all’orale può essere più difficile mostrare ciò che si sa
- La timidezza non è un difetto da correggere
Essere timidi non significa essere meno preparati
La prima distinzione importante riguarda il significato stesso di timidezza. Non è sinonimo di scarsa capacità comunicativa, insicurezza o ansia. In psicologia viene generalmente associata a una maggiore cautela e inibizione nelle situazioni sociali, soprattutto quando ci si sente osservati o sottoposti al giudizio degli altri.
Proprio per questo l’interrogazione può rappresentare una situazione particolarmente impegnativa. Bisogna rispondere davanti all’insegnante, spesso in presenza dell’intera classe, senza avere molto tempo per organizzare le proprie idee.
Ma timidezza e ansia da prestazione non sono la stessa cosa. La prima può essere una caratteristica personale; la seconda può emergere quando alla difficoltà di esporsi si aggiunge una forte paura di essere valutati, sbagliare o fare una brutta figura. La ricerca offre un dato particolarmente interessante. Uno studio canadese condotto su 125 studenti tra i 9 e i 13 anni ha confrontato timidezza, partecipazione scolastica e risultati. I bambini più timidi ricevevano valutazioni scolastiche più basse dagli insegnanti, ma la timidezza non era associata a risultati peggiori nei test standardizzati di comprensione della lettura e matematica. Una possibile spiegazione riguarda proprio ciò che accade in classe. Gli studenti più timidi tendevano a partecipare meno e questa minore partecipazione contribuiva a spiegare parte della differenza nelle valutazioni ricevute.
Perché all’orale può essere più difficile mostrare ciò che si sa
Durante un’interrogazione chi è è particolarmente disinvolto può riuscire a valorizzare meglio ciò che conosce: parla più facilmente, sviluppa il ragionamento, reagisce alle domande dell’insegnante e magari riesce a correggersi mentre espone. Una persona timida può invece rispondere in maniera più sintetica, esitare, bloccarsi o evitare di aggiungere informazioni che pure conosce per paura del giudizio.
Una ricerca condotta su 240 alunni ha mostrato quanto possa contare il contesto della valutazione. I bambini più timidi ottenevano risultati significativamente peggiori dei coetanei in alcune prove quando venivano valutati faccia a faccia con un esaminatore, mentre la differenza scompariva quando il test veniva svolto in gruppo. Questo non significa che ogni persona timida andrà peggio durante un’interrogazione, ma suggerisce che la situazione sociale nella quale una competenza viene valutata può influenzare la possibilità di mostrarla.
Lo stesso fenomeno può emergere nella normale partecipazione alle lezioni. Uno studio pubblicato su Learning and Individual Differences ha rilevato che gli studenti più timidi tendevano ad alzare meno frequentemente la mano, soprattutto per la preoccupazione legata alla valutazione sociale. Quando però avevano la possibilità di confrontare prima la risposta con un compagno attraverso la strategia Think-Pair-Share, aumentava la loro partecipazione.
Il rischio è quindi che a scuola la facilità nell’esporsi venga interpretata implicitamente come un indicatore di competenza. Ma parlare di più o con maggiore sicurezza non significa necessariamente conoscere meglio un argomento.
La timidezza non è un difetto da correggere
Questo non significa che le interrogazioni siano necessariamente ingiuste per le persone timide. La capacità di esporre oralmente un argomento è una competenza importante: imparare a costruire un discorso, rispondere a una domanda e sostenere una posizione davanti ad altre persone fa parte della formazione scolastica.
Il problema nasce quando parlare bene e parlare con sicurezza vengono considerati la stessa cosa. Un’esposizione può essere corretta e ben argomentata anche se pronunciata con un tono di voce basso, qualche esitazione o un atteggiamento poco espansivo. Essere timidi non significa avere qualcosa che non va: le persone hanno modi differenti di stare nelle relazioni e di esporsi davanti agli altri.
Il comportamento di chi insegna e il setting dell’esame o dell’interrogazione possono fare la differenza. Evitare l’esposizione davanti all’intera classe o aula, lasciare qualche secondo per organizzare la risposta, formulare domande chiare e approfondire attraverso domande successive può aiutare le persone timide ad affrontare le loro difficoltà. In questo modo l’interrogazione può valutare le competenze orali senza premiare automaticamente un carattere più estroverso.
Anche esercitarsi può essere utile. Ripetere ad alta voce, studiare in gruppo simulando un’interrogazione con altre persone di cui ci si fida o abituarsi progressivamente a intervenire in classe può rendere la situazione più familiare. Questo, però, non significa che l’obiettivo debba essere quello di smettere di essere timidi.
Diverso è il caso in cui la timidezza diventi così intensa da limitare le esperienze che si vorrebbero vivere. Se il timore del giudizio porta sistematicamente a evitare interrogazioni, esami, relazioni o altre situazioni importanti, oppure provoca blocchi e una forte sofferenza, può essere utile rivolgersi a un professionista della salute psicologica. Non per modificare il proprio carattere, ma per comprendere quali situazioni, pensieri o paure attivino quei blocchi e imparare a gestirli.
Essere timidi, quindi, non significa essere meno bravi a scuola. Può però rendere più difficile mostrare immediatamente ciò che si sa quando la valutazione passa attraverso un’esposizione pubblica. Una buona interrogazione dovrebbe riuscire a distinguere questi due piani, senza trasformare la disinvoltura in un vantaggio scolastico. E fuori dalla scuola la questione non è diventare necessariamente più espansivi, ma poter vivere il proprio modo di essere senza che la paura di esporsi impedisca di fare ciò che si desidera.