Generazione Z, ansia per colpa dei genitori. Cosa dice l'esperto
L'ansia di cui soffre la Generazione Z sarebbe riconducibile all'ansia e alle paure che i genitori proiettano sui figli: le parole dell'esperto
I ragazzi della Generazione Z soffrono d’ansia. Sono tante le ricerche che hanno svelato che questa condizione accomuna tantissimi giovani che appartengono a questa generazione. Da dove deriva l’ansia provata, qual è la causa di tutto ciò? Secondo gli esperti la colpa è da individuarsi nei genitori, che hanno trasmesso paura e rabbia ai loro figli, che però non sono in grado di gestire tutto questo.
L’ansia è la nuova nemica della Generazione Z
Secondo i dati resi noti dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, il 51,4% dei ragazzi soffre di stati di ansia o tristezza prolungati. L’ansia è diventata la nuova nemica dei più giovani, che non sanno come affrontare questa condizione: è l’emozione più diffusa tra i giovani diplomati.
A parlare di questo delicato argomento con il Corriere della Sera è stato Stefano Rossi, psicopedagogista che da tempo lavora con le famiglie e che ha dedicato proprio a questo tema il suo ultimo libro, che ha cercato di ribaltare totalmente la prospettiva. L’esperto al quotidiano ha detto che l’ansia “oggi è certamente l’emozione con più follower: sono in ansia i bambini, gli adolescenti e gli adulti”. Ma a cosa è dovuto tutto questo?
Da cosa deriva l’ansia dei ragazzi secondo Stefano Rossi
Secondo l’esperto “l’ansia nasce sempre dai genitori. Quelli di oggi sono l’esatto contrario di quelli di ieri: poche certezze e tanti dubbi. Ma può essere positiva: custodisce il senso di responsabilità. Il percorso da fare è riconoscere le paure, trasformandole in saggezza affinché non ci schiacciano e soprattutto non schiaccino i ragazzi”.
L’età media in cui si diventa genitori è sempre più alta e questo potrebbe influire sul livello di ansia dei genitori, “anche se l’allungamento dell’età genitoriale spesso fa perdere in energia fisica ma acquistare in maturità psichica“, ha spiegato lo psicopedagogista, aggiungendo poi: “In realtà, credo che alcune paure, compresa l’ansia, siano ataviche, universali”
I sintomi iniziano da piccoli e poi esplodono: “Se l’adolescenza diventa un sisma sia per il ragazzino sia per la famiglia significa che qualcosa si stava già incrinando. Quando ci domandiamo perché i bambini sono iperattivi, disattenti, reattivi e gli adolescenti ansiosi e autolesionisti, forse dovremmo guardare meglio dentro di noi. A essere iperattivi, esauriti, ansiosi e autolesionisti sono prima di tutto i genitori”, ha sottolineato Stefano Rossi: “La nostra ansia diventa la loro ansia. La nostra iperattività diventa la loro. Il nostro autolesionismo diventa il loro. La nostra rabbia diventa la loro”.
I genitori danno ai figli il peggio di loro “gli scarti, l’esaurimento, la stanchezza, l’irritabilità, tutto fuorché l’ascolto. Ma il tempo è la materia di cui è fatto il loro cuore. Quando manca alcuni, i più sensibili forse anche i più profondi, s’ammalano. Dove c’è distruttività o autodistruttività si nasconde una preghiera d’amore“.
Madri e padri si comportano in modo diverso
Secondo l’esperto madri e padri si comportano in modo diverso con i figli, “hanno grammatiche affettive differenti. Se uniamo psicologia e biologia possiamo dire che la madre nasce con il bambino, mentre il padre nasce nove mesi dopo. E, anche se non possiamo generalizzare, si può affermare che le madri capiscono i figli ‘sentendoli’ dall’interno, ecco perché una madre, di solito, prova più ansia. I padri, invece, cercano di capire i figli dall’esterno, quindi ‘pensandoli’. La natura ci ha progettati in ottica complementare: la maggior distanza dei padri dovrebbe sostenere le madri nell’eccessiva vicinanza e viceversa”.
Ogni madre, secondo lo psicopedagogista, ha paura della “morte del figlio. Così si spiega perché il raffreddore potrebbe essere l’asma, la nota può risuonare come il preludio della bocciatura. Il corpo e la mente del figlio nascono con il corpo della madre; la madre è la custode della prossimità. Di contro, il padre dovrebbe avere come funzione psico-educativa quella della distanza, che non vuol dire ‘staccarsi’, ma evitare che il rapporto madre-figlio diventi un cerchio magico”.
Secondo lui i padri di oggi “sono disorientati o evaporati” e “il rischio che si corre è quello che le donne siano chiamate a svolgere sia la funzione materna sia quella paterna. Il risultato, però, è una madre sovraccaricata, quindi ancora più in ansia, e un padre disorientato, che si chiede quale sia il suo ruolo. Da qui nascono le paure degli uomini”.
Nella società moderna, secondo l’esperto, “”mancano immagini paterne: le donne hanno da sempre ben chiaro cosa significa essere madre; gli uomini non sanno più cosa fare e oscillano tra il ‘papi’, che dice sempre sì e ricopre i figli di regali per sopperire alla sua mancanza di tempo, e il ‘mammo’ che cerca di simulare la funzione materna ma senza essere il custode della forza. Sono uomini confusi, nella nebbia“.
Qual è il modello al quale ispirarsi secondo l’esperto
Il modello al quale ispirarsi secondo Stefano Rossi è quello della “figura di Noè, uomo retto e giusto, a cui Dio chiede di preparare un’arca con la quale salvare la sua famiglia dal diluvio universale. Troppi padri, oggi, sono fermi all’infantilismo di Peter Pan, la madre finisce col guidare un’arca (la famiglia) nella quale il primo bambino è proprio il marito di cui si è innamorata. È il padre, invece, che deve essere l’arca che protegge la sua famiglia”.
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