Salta al contenuto
ragazza che studia in estate IStock

I compiti delle vacanze servono davvero?

Durante l'estate alcune competenze possono indebolirsi: pochi compiti ben scelti aiutano a ripassare senza trasformare le vacanze in scuola

4 min di lettura

Camilla Valerio

Camilla Valerio

GIORNALISTA ESPERTA DI QUESTIONI SOCIALI

Nata a Bolzano e cresciuta in giro per l’Italia sono una giornalista freelance e dottoranda in Scienze Politiche e della Comunicazione. Negli anni ho trasformato la passione per la scrittura e la divulgazione in un lavoro, occupandomi di cultura, questioni sociali e sport per diverse testate online.

  • I compiti estivi possono aiutare a mantenere attive alcune conoscenze, soprattutto quelle che durante le vacanze vengono utilizzate meno.
  • Le ricerche suggeriscono che la qualità e lo scopo degli esercizi contano più della quantità di pagine assegnate.
  • Le vacanze devono restare anche un periodo di riposo: un ripasso mirato può essere utile senza trasformare l’estate in un altro trimestre scolastico.

In Italia, per molti giovani, le vacanze estive coincidono con una lunga lista di compiti e letture. L’obiettivo dei professori è quello di evitare che gli studenti si dimentichino tutto ciò che hanno imparato durante l’anno. Ma i compiti delle vacanze servono davvero? Le ricerche suggeriscono che mantenere un contatto con lo studio può essere utile, ma non esistono prove solide che grandi quantità di esercizi estivi garantiscano risultati migliori. A contare sembrano essere soprattutto la qualità e la continuità nelle attività che si svolgono.

I compiti aiutano davvero a non dimenticare durante l’estate?

L’idea alla base dei compiti delle vacanze ha una sua logica: se alcune competenze non vengono utilizzate per settimane, al rientro possono risultare meno immediate. È il fenomeno comunemente chiamato summer learning loss, cioè la possibile perdita o riduzione di alcune abilità durante la lunga pausa estiva.

Una revisione scientifica pubblicata nel 2026, che ha analizzato 28 studi usciti tra il 2014 e il 2023, conferma che durante l’estate può verificarsi un rallentamento o una perdita in alcuni apprendimenti. Allo stesso tempo, gli autori sottolineano quanto il fenomeno sia variabile e ancora difficile da definire con precisione: cambia in base alla materia, all’età, al contesto e alle caratteristiche degli studenti.

Le ricerche hanno trovato un effetto particolarmente evidente in alcune abilità matematiche, probabilmente anche perché durante le vacanze è più facile continuare a leggere che esercitarsi spontaneamente con frazioni o calcoli. Ma da questo non deriva automaticamente che assegnare decine di pagine di esercizi sia la soluzione.

Ed è qui che emerge un limite importante delle evidenze disponibili. Harris Cooper, uno dei ricercatori che più a lungo ha studiato compiti e vacanze scolastiche, ha osservato che mancano studi diretti capaci di dimostrare che gli studenti a cui vengono assegnati compiti estivi ottengano risultati migliori nell’anno successivo. Esistono prove sugli effetti dei compiti durante l’anno e sui programmi estivi strutturati, ma molto meno sul classico libro delle vacanze consegnato a giugno e riportato a settembre.

Meglio pochi compiti utili che un quaderno da finire a tutti i costi

Una nota sintesi di Harris Cooper e colleghi ha rilevato una relazione generalmente positiva tra homework e rendimento, soprattutto negli studenti delle scuole secondarie, mentre i vantaggi risultavano meno evidenti nei bambini più piccoli. Gli stessi autori sottolineavano però i limiti metodologici di molti studi.

La Education Endowment Foundation, che raccoglie e valuta le evidenze sulle pratiche didattiche, arriva a una conclusione particolarmente utile: la qualità del compito sembra contare più della quantità. Le attività più efficaci sono quelle legate a ciò che viene fatto in classe, con uno scopo comprensibile per lo studente e, quando possibile, seguite da un feedback. Accumulare esercizi, invece, non garantisce un beneficio proporzionale.

Questo principio diventa ancora più importante durante le vacanze. Ripassare ogni tanto le tabelline, leggere un libro, utilizzare una lingua straniera o svolgere alcuni esercizi sugli argomenti più fragili può mantenere attive competenze che altrimenti rimarrebbero inutilizzate. Molto diverso è completare cinquanta pagine negli ultimi quattro giorni di agosto soltanto per poter dire di averle fatte.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2024 sul tempo dedicato ai compiti conferma che più tempo non equivale necessariamente a più apprendimento. Una volta consolidato ciò che bisogna esercitare, aumentare ulteriormente il carico può produrre rendimenti sempre minori e sottrarre spazio ad altre attività. Gli autori sottolineano inoltre che rimane difficile stabilire una quantità ideale valida per tutti.

I compiti estivi hanno quindi maggiore senso quando sono selettivi: riprendono competenze fondamentali già affrontate, aiutano a non perdere completamente l’abitudine allo studio oppure propongono attività che difficilmente troverebbero spazio durante l’anno.

Le vacanze servono anche a non fare scuola

C’è infine un aspetto che rischia di scomparire dal dibattito: le vacanze hanno anche la funzione di interrompere il ritmo scolastico. Riposare, giocare, fare sport, viaggiare, annoiarsi, frequentare amici o dedicarsi a interessi personali non rappresentano necessariamente tempo sottratto all’apprendimento.

Anzi, trasformare luglio e agosto in una versione più leggera dell’anno scolastico può togliere spazio proprio a esperienze differenti. Questo vale soprattutto per i bambini più piccoli, per i quali il beneficio generale dei compiti risulta meno evidente rispetto agli studenti più grandi.

Non tutti, inoltre, affrontano gli stessi compiti nelle stesse condizioni. C’è chi può chiedere aiuto a un genitore, frequentare lezioni private o avere una stanza tranquilla; altri studenti dispongono di meno supporto. La stessa Education Endowment Foundation richiama l’attenzione su queste differenze quando valuta l’efficacia del lavoro svolto a casa.

Per questo un buon compito estivo dovrebbe poter essere svolto in autonomia e non richiedere allo studente di imparare da solo argomenti completamente nuovi. Può invece essere un’occasione per distribuire nel tempo un po’ di ripasso, leggere per piacere o arrivare a settembre senza aver interrotto per tre mesi qualsiasi forma di attività intellettuale.

I compiti delle vacanze, quindi, possono servire, ma non semplicemente perché tengono gli studenti occupati. Le evidenze sul summer learning loss suggeriscono che alcune competenze possono indebolirsi durante la pausa, mentre gli studi sui compiti mostrano che attività mirate possono sostenere l’apprendimento. Non dimostrano però che più pagine equivalgano a una preparazione migliore. Il compromesso più sensato sembra allora essere anche il più semplice: meno esercizi ripetitivi, più attività con uno scopo preciso e abbastanza tempo libero perché le vacanze rimangano davvero vacanze.