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alunna alza la mano in classe IStock

I prof preferiscono davvero gli studenti silenziosi?

La ricerca mostra che silenzio e partecipazione non coincidono: si può essere riservati e coinvolti, oppure parlare molto senza contribuire davvero

5 min di lettura

Camilla Valerio

Camilla Valerio

GIORNALISTA ESPERTA DI QUESTIONI SOCIALI

Nata a Bolzano e cresciuta in giro per l’Italia sono una giornalista freelance e dottoranda in Scienze Politiche e della Comunicazione. Negli anni ho trasformato la passione per la scrittura e la divulgazione in un lavoro, occupandomi di cultura, questioni sociali e sport per diverse testate online.

  • Gli insegnanti possono apprezzare chi non disturba, ma il silenzio non coincide automaticamente con attenzione o buona preparazione.
  • Gli studenti più riservati rischiano di apparire meno coinvolti semplicemente perché rendono meno visibile ciò che sanno e pensano.
  • Una buona partecipazione può assumere forme diverse, dagli interventi orali alla scrittura, al lavoro in coppia e alla riflessione.

In classe, chi non interrompe, non parla fuori turno e segue senza creare problemi può sembrare lo studente ideale. Ma essere silenziosi significa davvero essere i preferiti dei prof? Le ricerche suggeriscono una risposta più sfumata: un comportamento tranquillo rende certamente più semplice gestire la lezione, ma il silenzio non coincide necessariamente con attenzione e buona preparazione. Anzi, gli studenti che parlano poco possono essere più facilmente trascurati o sottovalutati, soprattutto quando la partecipazione viene identificata quasi soltanto con il parlare ad alta voce.

Tranquilli sì, invisibili no

Per un insegnante, lavorare in una classe ordinata è più semplice che cercare continuamente di riportare l’attenzione su una lezione interrotta. I dati OCSE mostrano che rumore, disordine e interruzioni sottraggono tempo all’insegnamento e sono associati a un clima meno favorevole all’apprendimento. Questo può spiegare perché studenti rispettosi delle regole e capaci di ascoltare siano spesso apprezzati dai docenti.

Non disturbare e stare sempre in silenzio non sono lo stesso tipo di comportamento. Uno studente può essere tranquillo e allo stesso tempo fare domande, intervenire quando serve, collaborare con i compagni e mostrare curiosità. Al contrario, il silenzio può dipendere da timidezza, paura di sbagliare o semplicemente da un modo più riflessivo di partecipare.

Uno studio condotto su 275 insegnanti di scuola primaria ha messo a confronto le loro reazioni a profili ipotetici di bambini molto silenziosi, molto loquaci e con un comportamento considerato nella media. I docenti attribuivano agli alunni timidi e quieti capacità cognitive e aspettative di rendimento inferiori rispetto a quelli più espansivi. Essere poco visibili, quindi, non protegge automaticamente dai giudizi: in alcuni casi può perfino far sembrare meno competente chi semplicemente parla meno.

Il punto non è che i professori preferiscano gli studenti chiassosi. Piuttosto, chi interviene rende più facile capire che cosa ha compreso, quali dubbi ha e quanto sta seguendo. Chi resta sempre in silenzio può invece lasciare meno informazioni a disposizione dell’insegnante.

Parlare poco può far sembrare meno coinvolti di quanto si è davvero

La scuola tende a rendere molto visibile una forma precisa di partecipazione: alzare la mano, rispondere, discutere, fare domande. Sono comportamenti importanti, ma non sono l’unico modo di essere coinvolti.

Una ricerca canadese su 125 bambini tra 9 e 13 anni offre un esempio interessante. La timidezza era associata negativamente alle valutazioni degli insegnanti, ma non ai risultati nei test standardizzati di matematica e comprensione della lettura. I bambini più timidi apparivano anche meno coinvolti nelle attività di classe, e proprio questo minore coinvolgimento osservabile contribuiva a spiegare almeno in parte le valutazioni più basse ricevute dai docenti.

Non significa che gli insegnanti penalizzino volontariamente chi parla poco. Significa piuttosto che il comportamento visibile può influenzare la percezione. Se uno studente interviene, chiede chiarimenti e mostra apertamente il proprio ragionamento, il docente dispone di molti segnali per valutarne interesse e preparazione. Con chi rimane in disparte, gli stessi segnali sono meno evidenti.

Per questo non conviene confondere il silenzio con la mancanza di interesse. Uno studente può seguire attentamente e avere bisogno di più tempo prima di formulare una risposta. Può preferire scrivere, parlare in un gruppo piccolo o intervenire dopo aver riflettuto. La ricerca sugli studenti più riservati mette in guardia proprio dal considerare la partecipazione orale come l’unico segnale di coinvolgimento. Uno studio basato sull’osservazione di studenti silenziosi ha mostrato, per esempio, che alcuni partecipavano al lavoro scolastico attraverso scrittura, riflessione e altre modalità meno immediatamente visibili all’insegnante.

Una buona classe non è quella in cui nessuno parla

Le indicazioni più recenti dell’OCSE sulla qualità dell’insegnamento vanno proprio in questa direzione. Le interazioni tra studenti e docenti, le domande, le discussioni e la collaborazione sono considerate componenti importanti di una didattica efficace. La sfida per l’insegnante non è ottenere silenzio assoluto, ma creare un ambiente in cui tutti possano partecipare senza che pochi studenti monopolizzino la conversazione.

L’OCSE suggerisce anche forme diverse di partecipazione, proprio perché non tutti si sentono ugualmente a proprio agio nel parlare davanti all’intera classe. Risposte scritte, lavori in coppia, documenti condivisi o momenti di riflessione prima della discussione possono permettere anche agli studenti più riservati di mostrare ciò che sanno.

L’Education Endowment Foundation richiama, per esempio, l’utilità del cosiddetto "wait time": lasciare qualche secondo di silenzio dopo una domanda invece di chiamare immediatamente chi alza per primo la mano. Quel piccolo intervallo dà a più studenti il tempo di elaborare una risposta e può rendere la discussione meno dominata da chi è semplicemente più veloce o disinvolto.

La stessa fondazione ha valutato un programma di didattica dialogica, nel quale gli studenti venivano incoraggiati a ragionare, argomentare e discutere. Il trial ha rilevato progressi positivi in inglese, matematica e scienze. Il messaggio non è che tutti debbano trasformarsi in grandi oratori, ma che una classe in cui le idee possono circolare offre opportunità che il semplice silenzio non può sostituire.

I professori, quindi, non preferiscono necessariamente gli studenti silenziosi. Possono apprezzare chi rispetta i tempi della lezione e non disturba, perché una classe ordinata permette di lavorare meglio. Ma uno studente sempre zitto rischia anche di diventare meno visibile, soprattutto se la partecipazione viene considerata quasi esclusivamente come intervento orale. La differenza più utile non è allora tra studenti silenziosi e studenti che parlano molto, ma tra comportamenti che aiutano la lezione e comportamenti che la ostacolano. Si può essere riservati e molto partecipi, così come si può parlare continuamente senza contribuire davvero. Un buon insegnante dovrebbe riuscire a vedere anche ciò che non fa rumore.