IA, Big Tech a caccia di prof universitari: stipendi da capogiro
Le aziende di intelligenza artificiale stanno assumendo decine di professori universitari di informatica, fisica, economia e filosofia
Le big tech sembrano essere sempre più interessate ad assumere professori universitari, in particolare di informatica, fisica, economia e filosofia. Queste aziende specializzate nello sviluppo dell’intelligenza artificiale offrono agli insegnanti salari elevati e risorse computazionali assenti negli atenei così da risultare estremamente attraenti per gli accademici. Il fenomeno, però, fa sorgere dei dubbi sul futuro della ricerca accademica libera e indipendente.
Perché le big tech cercano i professori universitari
Un articolo sulla testata americana The Atlantic ha evidenziato come, negli ultimi mesi, si sia verificato un trasferimento massiccio di professori universitari verso le principali aziende del settore dell’intelligenza artificiale.
Secondo quanto riportato, Anthropic avrebbe assunto luminari provenienti da ambiti molto diversi tra loro, tra cui un economista di Stanford, un fisico teorico dell’Università del Maryland e un filosofo analitico dell’Università del Texas ad Austin, oltre al responsabile del dipartimento di ingegneria elettrica e informatica di UC Berkeley.
Anche OpenAI ha assunto matematici e fisici di alto profilo, inclusi specialisti in buchi neri e teoria delle stringhe, mentre Meta ha reclutato almeno tre professori di informatica nel giro di poche settimane e DeepMind ospiterebbe un gruppo di filosofi.
Perché i prof lasciano le istituzioni accademiche
Uno dei principali motivi per cui i professori universitari decidono di accettare l’offerta delle big tech sarebbe legato alle retribuzioni, decisamente più alte rispetto a quelle degli atenei. A ciò si aggiunge l’accesso a risorse di calcolo e a budget di ricerca che le università, specialmente in un contesto di tagli ai finanziamenti pubblici, non sono più in grado di garantire.
La ricerca sull’intelligenza artificiale, seppur sia nata in ambito universitario, nel corso degli anni si è spostata nel settore privato con Google, Facebook e Uber che hanno avviato le prime importanti acquisizioni di talenti accademici già nel 2010.
Il problema oggi è che la competizione tra le aziende ha portato a una progressiva chiusura della ricerca, con una riduzione stimata del 65% nella produzione di pubblicazioni scientifiche da parte di chi lascia l’accademia per l’industria.
Le conseguenze per il mondo accademico
Le conseguenze per il mondo accademico, legate al fenomeno delle assunzioni da parte delle big tech di professori universitari, si riflette nella minor disponibilità di docenti per la didattica, in corsi cancellati per assenza di titolari e minori opportunità per gli studenti di lavorare con ricercatori di alto livello.
Inoltre si è aperto un dibattito sul ruolo che le aziende tecnologiche assumeranno nel futuro della scienza e in particolare della ricerca.
La preoccupazione è che la concentrazione di talenti e risorse nelle big tech possa limitare lo sviluppo e la libertà degli studiosi nell’approfondire anche l’aspetto etico dell’uso dell’intelligenza artificiale.
Le aziende tecnologiche sarebbero anche a caccia di laureati di filosofia che studino la coscienza dei modelli di IA. In un articolo sull’Economist si è però fatto notare che un’azienda che paga filosofi per discutere se i suoi modelli siano coscienti sta anche stabilendo, di fatto, chi conduce quella discussione e dentro quali confini. Di conseguenza, un filosofo pagato da chi produce quei modelli rischia di assecondare chi lo paga perché più semplice rispetto al contraddirlo.