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L'allarme di Crepet sui social: "Così hanno cambiato il dolore"

Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet lancia un nuovo allarme sui social parlando delle offese che circolano nel web: "Così hanno cambiato il dolore"

Camilla Ferrandi

Camilla Ferrandi

GIORNALISTA

Nata e cresciuta a Grosseto, sono una giornalista pubblicista laureata in Scienze politiche. Nel 2016 decido di trasformare la passione per la scrittura in un lavoro, e da lì non mi sono più fermata. L’attualità è il mio pane quotidiano, i libri la mia via per evadere e viaggiare con la mente.

Con la diffusione dei social network è aumentata la possibilità di ricevere offese, giudizi e commenti negativi. La comunicazione digitale ha infatti reso più semplice esprimere pubblicamente una propria opinione, anche quando questa può risultare offensiva e ferire la persona a cui è rivolta. Paolo Crepet ha affrontato questo tema in un’intervista, spiegando che con l’avvento delle piattaforme il dolore provocato da un’offesa è diventato "più profondo" ma "più breve". Il noto psichiatra e sociologo ha poi spostato la sua riflessione sul terreno della libertà di espressione e del politicamente corretto, affermando: "La parola è colpa ma è anche antidoto".

Cos’ha detto Paolo Crepet sulle offese sui social

"Quello contemporaneo è un dolore forse molto più profondo e molto più breve, perché i social spariscono brevemente, però ti fanno molto male. C’è una coltellata che poi forse non si ripete, forse", ha dichiarato Paolo Crepet ospite di RadioNowhere partendo dal fenomeno del body shaming.

"Però – ha proseguito lo psichiatra – non credo che ‘la cura’, tra molte virgolette, sia non pronunciare la parola ‘ciccione’. La burla, lo sberleffo, è la radice del nostro teatro popolare tardo medievale" che "si basava proprio su questo: c’era il menestrello che cambiava un po’ le parole e parlava male del principe. E questo – ha osservato – è sempre stato, ovviamente, pericoloso".

Perché la parola "è colpa ma è anche antidoto" per Crepet

"Quindi la parola è colpa, ma è anche antidoto. E io sono per rischiare la libertà – ha dichiarato Crepet -. Non so se riesco a spiegarmi: piuttosto che rischiare la censura, una sorta di extra – pulizia del pensiero, per paura di offendere Tizio, Caio o Sempronio, io penso che sia meno grave rischiare di essere liberi nel pensiero".

Detto in altri termini, secondo Crepet è meglio accettare il rischio che alcune parole possano risultare offensive che una forma di censura preventiva del pensiero.

Lo psichiatra, però, riconosce anche che "oggi la sensibilità è diversa". E ha chiarito: "Se andate a leggere le canzoni di Lou Reed, beh, insomma, non erano ‘Finché la barca va’. Questo è lecito o no? La risposta potrebbe essere sì, però un po’ meno perché è aumentata la sensibilità a favore di alcune, chiamiamole con un nome molto brutto, categorie di persone più fragili. Però cosa ci porta questo? Ad annacquare la nostra espressività?".

Da qui la conclusione del suo ragionamento: "Un conto è ciò che fai nella vita, e quindi se fai male alle persone, un altro conto è la tua arte. So che sono discorsi molto complicati, però che poeta è uno che non può esprimersi? E l’espressione può essere più educata? Credo che sia un controsenso tra espressività e un certo tipo di educazione".

Ha infine citato Lolita, il film del 1962 diretto da Stanley Kubrick liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Vladimir Nabokov. Nel novembre 2024, a La Torre di Babele su La7, Crepet aveva proposto di far vedere la pellicola nei licei. Anche nell’intervista a RadioNowhere, Crepet è tornato sulla questione, ribadendo la sua convinzione che vedere Lolita in un liceo "secondo me sarebbe educativo". Una proposta che, ha raccontato, gli era costata numerose critiche: "Mi hanno scritto le mamme e i papà di mezza Italia per dirmi ‘Lei un delinquente’".

Per Crepet, il valore dell’opera sta proprio nella sua capacità di provocare una reazione e di spingere chi la guarda a porsi delle domande: "Per me resta educativo, perché una ragazza di 16-17 anni che guarda quella roba là è portata a farsi delle domande" che "non ti faresti se non vedi quel capolavoro". Un capolavoro "offensivo, perché se non ti offende l’anima non è un capolavoro, non sa di niente. Nessun romanzo ti lascia come prima", ha concluso Crepet.