Salta al contenuto
Insegnante con alunno in palestra durante attività fisica IStock

L'educazione fisica serve davvero o è solo un'ora di svago?

L’educazione fisica non è solo svago: può aiutare apprendimento e benessere, ma servono lezioni di qualità, strutture adeguate e più attenzione

4 min di lettura

Camilla Valerio

Camilla Valerio

GIORNALISTA ESPERTA DI QUESTIONI SOCIALI

Nata a Bolzano e cresciuta in giro per l’Italia sono una giornalista freelance e dottoranda in Scienze Politiche e della Comunicazione. Negli anni ho trasformato la passione per la scrittura e la divulgazione in un lavoro, occupandomi di cultura, questioni sociali e sport per diverse testate online.

  • L’attività fisica a scuola non sottrae necessariamente tempo allo studio e può favorire attenzione, cognizione e rendimento.
  • Una buona educazione fisica non è semplice svago, ma sviluppa competenze motorie, sociali ed emotive attraverso attività strutturate.
  • In Italia la mancanza di palestre e la scarsa centralità attribuita alla materia possono limitarne concretamente il valore educativo.

Per alcuni studenti è l’ora più attesa della settimana, per altri significa soprattutto pallavolo, corsa e qualche esercizio prima di tornare alle "vere" materie. Ma l’educazione fisica serve davvero all’apprendimento o è semplicemente una pausa tra matematica e italiano? Le ricerche mostrano che muoversi a scuola non sottrae necessariamente tempo allo studio e può sostenere importanti funzioni cognitive e anche il rendimento. Il problema, semmai, è che in Italia questa materia continua spesso a essere considerata secondaria, anche perché non tutte le scuole dispongono di spazi adeguati.

Fare attività fisica non toglie tempo allo studio

L’idea che per andare meglio a scuola servano soprattutto più ore seduti sui libri sembra intuitiva. Eppure le evidenze sul rapporto tra attività fisica e rendimento scolastico raccontano qualcosa di diverso.

Una revisione di 50 studi sull’attività fisica svolta a scuola ha osservato che, nella maggior parte dei casi, il rapporto con il rendimento era positivo oppure non emergevano differenze significative. Gli effetti negativi erano molto rari. In sostanza, aumentare le occasioni per muoversi non sembrava compromettere i risultati nelle altre materie.

Questo non significa che fare sport trasformi automaticamente uno studente in un alunno più bravo. I voti dipendono da moltissimi fattori tra cui il metodo di studio e la qualità dell’insegnamento. L’attività fisica può però creare condizioni favorevoli all’apprendimento.

Una meta-analisi pubblicata sul British Journal of Sports Medicine, basata su 19 studi sperimentali e oltre 8.600 bambini e adolescenti, ha trovato che migliorare la qualità delle lezioni di educazione fisica era associato a benefici nelle funzioni cognitive e a piccoli miglioramenti del rendimento, soprattutto nelle competenze matematiche. Aumentare semplicemente il numero delle ore, invece, non produceva automaticamente gli stessi risultati.

La differenza è importante: non basta inserire educazione fisica nell’orario, conta ciò che accade durante la lezione. Un’attività nella quale tutti si muovono, prendono decisioni e collaborano offre opportunità diverse da un’ora in cui pochi giocano e gli altri guardano.

Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea che il movimento sostiene, oltre alla salute fisica, lo sviluppo cognitivo e il benessere mentale. Una revisione dell’OMS dedicata a scuola e rendimento conclude che aumentare l’attività fisica non penalizza l’apprendimento e può offrire benefici anche sul piano scolastico.

Educazione fisica non significa soltanto giocare a pallone

Ridurre educazione fisica a una partita improvvisata significa però perdere una parte importante del suo valore. Correre, coordinare i movimenti o partecipare a un gioco di squadra richiede attenzione, controllo delle proprie azioni, rispetto delle regole e capacità di prendere decisioni.

Secondo l’UNESCO, una educazione fisica di qualità dovrebbe essere programmata, progressiva e inclusiva. Non dovrebbe servire soltanto a individuare chi è più veloce o più bravo nello sport, ma aiutare tutti a sviluppare competenze di diverso tipo: da quelle motorie passando per quelle sociali ed emotive fino a costruire un rapporto positivo con il movimento.

Questo significa anche evitare che la lezione diventi frustrante per chi non pratica sport fuori dalla scuola. Chi corre più lentamente o non ama la competizione dovrebbe poter migliorare rispetto al proprio punto di partenza. La materia può insegnare a conoscere il corpo, collaborare, affrontare una sconfitta, riconoscere i propri progressi e sperimentare attività nuove.

Il valore dell’educazione fisica, quindi, non dipende soltanto dalla possibilità che migliori la concentrazione nell’ora successiva. Quello può essere un beneficio aggiuntivo. La materia ha obiettivi propri, esattamente come le altre discipline scolastiche.

In Italia pesano anche palestre insufficienti e poca considerazione

In Italia la disponibilità di strutture sportive scolastiche è ancora molto disomogenea. Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione elaborati da Openpolis, nell’anno scolastico 2024/25 solo il 38,3% degli edifici scolastici statali risultava dotato di palestra o piscina.

Il dato non significa che nelle altre scuole non si faccia educazione fisica: alcuni istituti utilizzano impianti esterni o spazi condivisi. Mostra però quanto sia difficile riconoscere pienamente il valore di una materia se, in molti casi, manca perfino un luogo pensato per svolgerla. L’UNESCO inserisce infatti strutture, attrezzature e risorse tra gli elementi necessari per garantire un’educazione fisica di qualità.

Alla questione degli spazi si aggiunge una percezione culturale difficile da eliminare. Educazione fisica viene spesso descritta come un’ora di svago, incide poco sulla valutazione finale ed è percepita quasi come una pausa tra lezioni più importanti.

Fortunatamente, negli ultimi anni ci sono stati segnali di maggiore attenzione. Nella scuola primaria l’insegnamento dell’educazione motoria con docenti specialisti è stato introdotto prima nelle classi quinte e poi nelle quarte. È un cambiamento significativo, perché riconosce che anche il movimento richiede competenze didattiche specifiche.

Rimane però fondamentale che questa attenzione sia accompagnata da strutture adeguate e da un cambio di prospettiva. Se l’educazione fisica viene considerata soltanto il momento in cui far sfogare la classe, difficilmente potrà esprimere il proprio potenziale educativo.

L’educazione fisica, quindi, non è soltanto un’ora per staccare dallo studio. Le ricerche indicano che l’attività fisica può sostenere cognizione e rendimento senza penalizzare le altre materie. Ma il suo valore va oltre i voti: insegna a muoversi, collaborare, conoscere il proprio corpo e costruire abitudini che possono durare tutta la vita.