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L'identikit del laureato in Italia e lo stipendio post laurea

Con la pubblicazione del Rapporto 2026 di AlmaLaurea, vediamo qual è l'identikit del laureato in Italia e lo stipendio minimo richiesto dopo il titolo

Camilla Ferrandi

Camilla Ferrandi

GIORNALISTA

Nata e cresciuta a Grosseto, sono una giornalista pubblicista laureata in Scienze politiche. Nel 2016 decido di trasformare la passione per la scrittura in un lavoro, e da lì non mi sono più fermata. L’attualità è il mio pane quotidiano, i libri la mia via per evadere e viaggiare con la mente.

Qual è oggi l’identikit del laureato in Italia? E quali sono le sue aspettative sullo stipendio minimo post laurea? Il 28esimo Rapporto AlmaLaurea su laurea e occupazione 2026, presentato l’11 giugno, offre una fotografia dettagliata delle persone che hanno concluso il percorso universitario nel 2025, analizzando caratteristiche sociali, risultati occupazionali, competenze acquisite e richieste economiche dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro.

Chi sono i laureati d’Italia: l’identikit di AlmaLaurea

Secondo il Rapporto 2026 di AlmaLaurea, il 59,6% delle persone che si sono laureate nel 2025 in Italia è donna. Resta, però, il divario nelle discipline STEM. Nell’ambito scientifico, la componente femminile si ferma al 40,5%, una quota stabile da circa un decennio. Le donne sono invece la "netta" maggioranza nei gruppi disciplinari educazione, linguistico e psicologico, mentre restano "nettamente" minoranza negli ambiti informatica, tecnologie ICT e ingegneria industriale.

Accanto al divario di genere persiste quello sociale. L’università continua ad attrarre soprattutto studenti provenienti da contesti familiari più favoriti: il 34,7% dei laureati ha almeno un genitore laureato, percentuale che sale al 46,3% nei corsi magistrali a ciclo unico. Un dato che, come evidenziato da AlmaLaurea, "conferma la persistente disuguaglianza nell’accesso all’istruzione terziaria, in un Paese che, secondo i recenti dati Eurostat, resta in fondo alle classifiche europee per quota di persone laureate tra i 25-34enni (31,1%)".

Sul fronte del lavoro, il Rapporto registra un miglioramento generale. A un anno dalla laurea, il tasso di occupazione raggiunge l’81,2% per i laureati triennali e l’80,8% per i magistrali, con un aumento rispettivamente di +2,6 e +2,2 punti percentuali. A cinque anni dal titolo, l’occupazione supera il 90%: 91,7% per il primo livello e 94,4% per il secondo.

Restano però i divari occupazionali e retribuitivi. Sul fronte del genere, a parità di condizioni gli uomini laureati hanno il 13,7% di probabilità in più di essere occupati rispetto alle donne laureate e guadagnano in media 67 euro netti in più al mese. Guardando ai divari territoriali, chi vive in Nord Italia ha il 34,8% di probabilità in più di lavorare rispetto a chi risiede nel Mezzogiorno, con un differenziale retributivo medio di 68 euro netti mensili.

Nonostante queste criticità, la soddisfazione per l’esperienza universitaria è molto alta: l’89,1% dei laureati si dichiara complessivamente soddisfatto e il 72,1% ripeterebbe la stessa scelta di corso e ateneo.

A questa soddisfazione si accompagna una rinforzata fiducia nelle competenze acquisite: oltre il 60% ritiene che il proprio percorso di studi abbia fornito gran parte delle competenze trasversali più richieste dal mondo del lavoro, come adattabilità, problem solving e team working.

Lo stipendio minimo post laurea richiesto dai laureati

La maggiore sicurezza nelle competenze acquisite si riflette anche nelle aspettative economiche. Secondo AlmaLaurea, i giovani laureati sono sempre meno disposti ad accettare lavori sottopagati o non coerenti con il proprio percorso di studi.

Nel 2025, il 66,9% dei laureandi intervistati ha dichiarato di voler accettare uno stipendio minimo post laurea non inferiore a 1.500 euro netti al mese per un impiego full time. Una quota più che raddoppiata rispetto al 2016, quando era appena del 24,4%. Ma anche in questo caso, il divario di genere rimane evidente (il 75% degli uomini contro il 61,6% delle donne).

Questa selettività, hanno osservato da AlmaLaurea, "riflette la volontà di chi si laurea di veder riconosciuto, anche sul piano economico, il proprio investimento in istruzione, in un contesto reso più incerto dalle tensioni dell’economia globale".

Parallelamente, cala la disponibilità ad accettare lavori non coerenti con il percorso di studi di chi si sta per laureare, passando dall’87,2% del 2016 al 76,4% del 2025. Una volta conseguito il titolo, però, il fenomeno del disallineamento tra studi e lavoro resta alto: riguarda il 39,4% dei laureati triennali e il 32,5% dei magistrali a un anno dal titolo, anche se scende al 25% tra i magistrali a cinque anni.