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Lavoro, perché l'IA ridurrà l'accesso ai giovani iStock

Lavoro, perché l'IA ridurrà l'accesso ai giovani: la previsione

Per il 77% delle imprese, l'intelligenza artificiale rischia di colpire le posizioni entry level andando a ridurre le posizioni per i giovani

Stefania Bernardini

Stefania Bernardini

GIORNALISTA

Giornalista professionista dal 2012, ha collaborato con le principali testate nazionali. Ha scritto e realizzato servizi Tv di cronaca, politica, scuola, economia e spettacolo. Ha esperienze nella redazione di testate giornalistiche online e Tv e lavora anche nell’ambito social

L’intelligenza artificiale pone diversi interrogativi su come modificherà il mondo del lavoro. Si teme che possa sostituirsi a delle mansioni con un conseguente taglio delle posizioni per determinati ruoli. Nell’ultima edizione del Randstad Workmonitor è emerso che le aziende italiane ritengono che l’IA porti alla scomparsa della metà delle offerte entry level nel mondo del lavoro.

L’IA e la riduzione dei posti per i giovani

L’indagine Randstad Workmonitor ha coinvolto 27mila lavoratori in 35 Paesi nel mondo, di cui 750 in Italia. Per la prima volta, l’edizione 2026 ha incluso anche il punto di vista dei datori di lavoro, con 1.225 aziende intervistate nel mondo e 35 nel nostro Paese.

Il dato più critico emerso è che in Italia, il 77% delle aziende ritiene che nei prossimi cinque anni l’IA porterà alla scomparsa di metà delle posizioni entry-level, riducendo le opportunità di accesso e di apprendimento per le figure junior.

I risultati hanno anche mostrato una duplicità di prospettive rispetto alla trasformazione in atto. Per le imprese l’innovazione tecnologica è un’opportunità strutturale, per una parte consistente dei lavoratori resta una fonte di incertezza.

Chi sono i giovani più colpiti

Tra i lavoratori la percezione del rischio è meno uniforme rispetto a quella delle impresem con solo il 35% in Italia che ritiene probabile una riduzione significativa dei lavori entry-level, ma le preoccupazioni aumentano tra le generazioni più giovani.

Il 40% dei Millennials teme che l’intelligenza artificiale riduca le opportunità di ingresso nel mercato del lavoro.

La preoccupazione più elevata si riscontra da parte delle Gen Z con il 58% che considera probabile che la propria mansione possa scomparire del tutto nei prossimi cinque anni a causa dell’intelligenza artificiale, quasi il doppio della media nazionale.

Come riporta Il Sole 24 ore, il rischio, secondo le rilevazioni di Randstad, è che l’automazione delle attività più ripetitive e standardizzate colpisca proprio quelle posizioni che oggi rappresentano la porta d’ingresso nel mondo del lavoro, rendendo più complesso il passaggio dalla formazione all’occupazione.

L’uso dell’IA sul lavoro

Per quanto riguarda la conoscenza e l’uso dell’IA, il 70% dei lavoratori italiani si è detto pronto a utilizzare le tecnologie più recenti e il 22% le ha già impiegate anche nei colloqui di lavoro. Il 44% ha cercato autonomamente di sviluppare competenze legate all’intelligenza artificiale, mentre il 42% ha ricevuto opportunità di formazione direttamente dall’azienda.

Almeno un lavoratore su tre teme però di non riuscire ad adattarsi all’impatto dell’intelligenza artificiale sul proprio lavoro. Nell’ultimo anno il 29% ha aumentato l’uso dell’intelligenza artificiale e il 19% dichiara che oggi non sarebbe in grado di svolgere le proprie attività senza il suo supporto, segno che la tecnologia è già diventata strutturale nei processi lavorativi.

Intanto il 51% delle imprese ha dichiarato che nel 2026 investirà in modo significativo sulle nuove tecnologie per aumentare la produttività e il 46% ritiene che renderanno più efficienti o automatizzate molte attività di routine.

Già nei prossimi 12 mesi circa un terzo delle aziende prevede di ridurre le assunzioni di laureati proprio a causa dell’aumento di produttività legato all’uso dell’intelligenza artificiale. A ciò si aggiunge che il 44% dei lavoratori ritiene che i benefici dell’Ai favoriranno più le imprese che le persone.