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Ragazzi leggono durante le vacanze su un prato IStock

Le vacanze estive fanno davvero dimenticare tutto?

Dopo l'estate alcune conoscenze possono essere meno immediate da recuperare, ma spesso basta riattivarle senza trasformare le vacanze in scuola

5 min di lettura

Camilla Valerio

Camilla Valerio

GIORNALISTA ESPERTA DI QUESTIONI SOCIALI

Nata a Bolzano e cresciuta in giro per l’Italia sono una giornalista freelance e dottoranda in Scienze Politiche e della Comunicazione. Negli anni ho trasformato la passione per la scrittura e la divulgazione in un lavoro, occupandomi di cultura, questioni sociali e sport per diverse testate online.

  • Durante l’estate alcune conoscenze possono diventare meno immediate da recuperare, ma non vengono necessariamente dimenticate.
  • Il calo tende a essere più evidente in alcune competenze, come la matematica, mentre lettura ed esperienze quotidiane possono mantenere attivo l’apprendimento.
  • Non serve trasformare le vacanze in scuola: un contatto leggero con lettura, scrittura e calcolo può rendere più semplice il rientro.

Chiunque sia andato a scuola si può ricordare di quello smarrimento tipico dei primi giorni di scuola dato dalla netta sensazione di aver dimenticato ogni cosa studiata negli anni precedenti. Al di là delle suggestioni, è vero che vacanze estive fanno perdere la memoria di tutto quello che si è imparato durante l’anno? Nella ricerca scientifica si parla di summer learning loss, cioè di una possibile riduzione di alcune competenze durante la pausa scolastica. Senza dubbio, il fenomeno esiste, ma è molto meno semplice del luogo comune: non riguarda tutte le persone allo stesso modo, varia tra materie e non significa certo tornare a settembre con la memoria completamente azzerata.

Il "summer learning loss" esiste, ma non si dimentica tutto

L’idea che durante l’estate alcune conoscenze possano indebolirsi non è nuova. Una delle ricerche più note sul tema, una meta-analisi pubblicata nel 1996 che ha esaminato 39 studi, stimava in media una perdita equivalente a circa un mese di apprendimento scolastico durante la pausa estiva. Il calo risultava più evidente in matematica, soprattutto nelle abilità di calcolo.

Questo dato viene ancora citato spesso, ma non significa che ogni studente perda automaticamente un mese di scuola ogni estate. Studi più recenti hanno mostrato un quadro molto più variabile. Una revisione pubblicata nel 2026, che ha analizzato la ricerca sul summer learning loss tra il 2014 e il 2023, sottolinea proprio quanto il fenomeno sia difficile da definire con una sola misura: i risultati cambiano in base all’età degli studenti, alla materia, al contesto familiare e al sistema scolastico considerato. Inoltre, gran parte degli studi disponibili proviene dagli Stati Uniti, quindi non tutto può essere trasferito direttamente alla realtà italiana.

Parlare di una generale amnesia estiva, quindi, è fuorviante. Più realisticamente, alcune conoscenze che non vengono utilizzate per settimane diventano meno immediate da recuperare. È lo stesso motivo per cui, dopo mesi senza andare in bicicletta o senza parlare una lingua straniera, possiamo sentirci inizialmente meno sicuri pur non avendo perso completamente ciò che avevamo imparato.

Matematica e lettura non risentono dell’estate allo stesso modo

Non tutte le competenze vengono esercitate spontaneamente durante le vacanze. Si può continuare a leggere romanzi, messaggi, istruzioni, siti e sottotitoli senza considerarlo studio. È molto meno probabile, invece, che durante una giornata al mare si decida spontaneamente di risolvere equazioni o esercitarsi con le frazioni.

Questa differenza aiuta a spiegare perché la matematica sia spesso una delle aree più esposte alla perdita estiva. Una meta-analisi del 2023 dedicata proprio alla matematica ha confermato che la pausa estiva può essere associata a una riduzione delle prestazioni, anche se l’entità del fenomeno varia tra livelli scolastici e Paesi.

Anche sulla lettura la situazione non è uniforme. Chi continua a leggere durante l’estate può mantenere o persino sviluppare alcune capacità, mentre chi ha poche occasioni di farlo può perdere maggiore familiarità con testi complessi. Proprio per questo il summer learning loss viene studiato anche come problema di disuguaglianza educativa.

Le vacanze non sono infatti uguali per tutti. Alcune famiglie dispongono di libri, viaggiano, permettono ai figli di frequentare centri estivi, musei o attività culturali e danno loro stimoli continui. Altri, invece, dispongono di meno risorse e opportunità. Una ricerca italiana condotta su studenti della scuola secondaria di primo grado ha evidenziato che la lunga pausa estiva può contribuire ad ampliare alcune differenze, in particolare per gli studenti con Bisogni Educativi Speciali.

Questo non significa che una vacanza ricca di attività debba trasformarsi in una competizione educativa. Una passeggiata, un viaggio, leggere per piacere, cucinare seguendo delle quantità o interessarsi a un argomento possono mantenere attive conoscenze e curiosità senza assomigliare ai compiti scolastici.

Bisogna quindi studiare anche durante tutte le vacanze?

La risposta non è passare tre mesi sui libri per paura di dimenticare. La pausa ha una funzione reale: interrompe i ritmi scolastici, offre tempo per riposare, dedicarsi ad altre attività e vivere esperienze che durante l’anno trovano meno spazio. Evitare qualsiasi perdita di apprendimento non dovrebbe trasformare l’estate in un altro trimestre di scuola. Per molti esperti anche annoiarsi, non fare niente di particolare durante l’estate è un buon metodo per sviluppare la creatività.

Una certa continuità può però rendere il rientro più semplice. Non servono necessariamente ore quotidiane di esercizi. Leggere con una certa regolarità, riprendere ogni tanto le tabelline o il calcolo mentale, scrivere, utilizzare una lingua straniera o rivedere alcuni concetti prima dell’inizio delle lezioni può aiutare a mantenere più accessibili le competenze già costruite.

Anche le strategie più organizzate possono funzionare, ma non sono una soluzione obbligatoria per tutti. L’Education Endowment Foundation, che raccoglie studi sugli interventi educativi, rileva che i programmi estivi strutturati possono produrre benefici sull’apprendimento, soprattutto quando includono un’attività didattica precisa e un supporto di qualità. Le evidenze, però, vengono giudicate ancora limitate e non suggeriscono che ogni studente abbia bisogno di una vera e propria scuola estiva.

Per molti ragazzi può essere sufficiente evitare il passaggio da mesi di scuola a tre mesi senza mai leggere, scrivere, calcolare o esercitare ciò che si è imparato. E anche se a settembre qualche formula o regola sembra sparita, spesso non bisogna impararla nuovamente da zero: basta riattivare conoscenze che sono diventate meno disponibili.

Le vacanze estive, quindi, non fanno dimenticare tutto. Possono produrre una temporanea perdita di alcune abilità, soprattutto quando queste rimangono completamente inutilizzate, ma gli effetti sono molto diversi tra studenti e materie. Più che riempire l’estate di compiti, il modo migliore per limitare il problema può essere mantenere un contatto leggero e naturale con ciò che si è imparato. Perché riposarsi dalla scuola non significa necessariamente smettere di imparare.