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Julio Velasco ANSA

Lezione di Velasco ai genitori sul fallimento: i "danni bestiali"

Julio Velasco mette in guardia i genitori sull'ossessione nello sport: cosa può provocare negli adolescenti secondo il CT della nazionale femminile

Francesca Pasini

Francesca Pasini

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Content Writer laureata in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività Culturali, vivo tra l'Italia e la Spagna. Amo le diverse sfumature dell'informazione e quelle storie di vita che parlano di luoghi, viaggi unici, cultura e lifestyle, che trasformo in parole scritte per lavoro e per passione.

"La vita non è un campionato". Ha esordito così Julio Velasco nell’intervista rilasciata a Basement, il video-podcast condotto da Gianluca Gazzoli. L’allenatore di pallavolo e CT della nazionale femminile italiana, uno dei più vincenti nella storia di questo sport, ha parlato di un tema importante nel mondo dello sport: quello dell’ossessione per il successo. Nel farlo, ha messo in guardia i genitori sui "danni bestiali" che possono ricadere sui figli preadolescenti e adolescenti.

Il vero senso dello sport secondo Julio Velasco

Julio Velasco ha conquistato con la nazionale italiana femminile l’Oro alle Olimpiadi di Parigi 2024, la Nations League (2024, 2025) e il Campionato Mondiale 2025, riscrivendo la storia con il record assoluto di 36 vittorie consecutive. Ma quando si parla di giovani, l’allenatore argentino naturalizzato italiano ha un’idea ben precisa e lancia un monito ai genitori: "La vita non è un campionato. A volte si usa questa metafora dello sport, ma è una deformazione. Si vede molto anche nei film americani, dove i papà chiamano campione i figli – ha detto Velasco all’inizio dell’intervista con Gazzoli -. Io non chiamerei mai campione mio figlio perché sembrerebbe che perché io gli voglia molto bene deve essere un campione, come se nella vita ci fosse una scala dove chi arriva più alto ha vinto".

La televisione e i social, in tal senso, avrebbero accentuato questa "distorsione": tutto passa dal piccolo schermo e dagli smartphone, quindi sembra che l’unico modello a cui puntare sia quello che si vede lì. Nei settori giovanili di molti sport questo è un problema perché, come ha sottolineato Velasco, l’unico paradigma che hanno è quello del primo livello, della serie A della nazionale, "ma il modo di fare sport nel settore giovanile non può essere quello, non si può giocare con in serie A, anzi non si deve giocare come la serie A", ha aggiunto.

Secondo il dirigente sportivo, il vero senso dello sport non è cercare di essere dei vincenti, perché sarebbe una deformazione: "Lo sport lo praticano milioni di ragazzi e ragazze e quelli che vincono sono pochissimi, quelli che arrivano in serie A sono ancora più pochi", ha spiegato.

Il messaggio ai giovani dovrebbe invece essere questo, secondo Julio Velasco: "Fai quello che ti piace fare, quello dove ti trovi bene, scegli una cosa in cui sei bravo e possibilmente scegli una cosa che poi ti permetta di vivere di quello, perché altrimenti uno fa un lavoro che odia per mantenersi mentre per hobby fa quello che gli piace".

Uno dei problemi italiani, per l’allenatore, è che puntando soltanto sull’eccellenza, molti giovani e adolescenti smettono di fare sport se non riescono a entrare nei migliori campionati, riprendendo solo quando si è trentenni o quarantenni. "Perché per molti o si è nel campionato oppure si smette e si riprende solo da grandi, quando uno si ritrova con gli amici a giocare il tennis o calcetto o alle partite di basket. Sarebbe bello che i ragazzi andassero e giocare a basket e ci fossero più tornei per tutti i livelli, non solo per i migliori".

Avvertimento di Julio Velasco ai genitori: "Non create false aspettative"

Il discorso del mister si concentra poi sul tema dell’ossessione per il successo. "Se il tuo obiettivo è diventare il campione del mondo, ma non ce la fai, quanto può essere dannosa questa cosa? Il punto è che siamo tutti diversi – ha proseguito Velasco -. Ci sono grandi campioni che sono nati così anche con l’ossessione da piccoli di diventare dei campioni, e altri invece no".

Il problema sorge quando "noi lo imponiamo come unico paradigma, allora lì facciamo dei danni bestiali e creiamo delle illusioni", ha proseguito, sottolineando come i giovani poi lo vivono come un fallimento se quello era il grande obiettivo della loro vita e non lo raggiungono.

Un avvertimento arriva quindi ai genitori e agli allenatori: "Dobbiamo stare attenti a non creare false aspettative, soprattutto quando sono preadolescenti. Non dobbiamo creare la sensazione in loro che se non sono dei campioni non sono all’altezza della situazione nella vita o che i genitori gli vogliono meno bene". A essere criticati sono, ad esempio, quei genitori che vanno a vedere la partita di calcio dei loro figli adolescenti e che sono più agitati dei figli: "Hanno un’ansia tremenda e i figli lo soffrono tantissimo". Se sono loro i primi a volere che il figlio diventi un calciatore e a viverlo come un fallimento se non riesce, come la vive il bambino? "È orribile", ha commentato l’allenatore della nazionale femminile italiana.

Lo sport serve, ma solo se non diventa una cosa eccessiva. Sempre a proposito dell’ossessione per lo sport, l’allenatore di origine argentina ha fatto l’esempio dei giovani atleti che si allenano tutti i giorni e giocano due o tre campionati senza avere un giorno libero nella settimana. "Non funziona, non saranno migliori per questo, perché per sopportare quel carico il cervello abbassa l’intensità automaticamente, è una legge biologica, perché il cervello vuole sopravvivere e cerca sempre di risparmiare energia. Non è possibile che preadolescenti e adolescenti non abbiano un giorno libero, non è sano e soprattutto non è nemmeno produttivo per lo sport", ha concluso.