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Liceo Matematico, prof Lleo: “Apre nuove porte di accesso” iStock

Nuovo Liceo Matematico, prof Lleo: “Apre altre porte di accesso”

Il docente dell’Imperial College di Londra e della NEOMA Business School ha parlato a Virgilio Sapere di futuro, IA e nuovi approcci alla matematica

10 min di lettura

Stefania Bernardini

Stefania Bernardini

GIORNALISTA

Giornalista professionista dal 2012, ha collaborato con le principali testate nazionali. Ha scritto e realizzato servizi Tv di cronaca, politica, scuola, economia e spettacolo. Ha esperienze nella redazione di testate giornalistiche online e Tv e lavora anche nell’ambito social

Dall’anno scolastico 2026/2027 debutta in Italia un nuovo modello scolastico: il Liceo Matematico. La sperimentazione coinvolge fino a 100 classi per i prossimi cinque anni ed è applicata a tre percorsi di studio: Liceo classico, scientifico e scientifico delle scienze applicate. La novità è che la matematica diventerà una chiave di lettura trasversale per sviluppare il pensiero critico e l’interdisciplinarità e verrà insegnata in modalità laboratoriale. Abbiamo parlato con il docente di matematica all’Imperial College di Londra e alla NEOMA Business School, Sébastien Lleo, dell’importanza della disciplina nella vita di tutti i giorni, d’intelligenza artificiale, di paure e aspettative dei giovani e di come sta cambiando l’approccio alla materia. “La matematica è ovunque nella nostra vita quotidiana, a volte anche dove meno ce lo aspettiamo”, ha sottolineato l’esperto.

Come sta cambiando l’insegnamento della matematica

In Italia, il Liceo matematico è stato avviato in via sperimentale, con l’obiettivo, tra gli altri, di sviluppare le capacità di ragionamento e di risoluzione dei problemi. In che misura la matematica è utile nella vita quotidiana?

“Vedete al telegiornale o sui social network un dato sul comportamento dei giovani che vi sembra sospetto? La matematica può aiutarvi a guardarlo con maggiore spirito critico. Leggete un sondaggio sulle prossime elezioni e vi chiedete che cosa significhi realmente il margine di errore? Una conoscenza di base della statistica può aiutarvi. Vi chiedete quali siano le probabilità che la Spagna vinca i Mondiali? Anche in questo caso entrano in gioco le probabilità.

Anche davanti a una partita di calcio, la matematica non è mai troppo lontana. Dietro la traiettoria di uno splendido tiro all’incrocio dei pali ci sono la geometria e la fisica, e quindi la matematica. Ma l’utilità di questa materia nella vita quotidiana va ancora oltre. Non serve soltanto a fare calcoli: ci aiuta a prendere decisioni, a comprendere meglio il mondo, ma anche ad agire al suo interno”.

Spesso i giovani sono poco propensi a studiare questa materia. Come si può rendere la matematica più interessante ai loro occhi?

“Purtroppo, la matematica ha ancora troppo spesso la reputazione di essere una materia che vive in un universo tutto suo e per la quale sia necessario essere dei geni. È estremamente difficile superare questi preconcetti, ma è fondamentale aiutare le nostre società a intraprendere questo percorso.

Bisogna riuscire a far capire che la matematica non è una disciplina accademica, distante e austera, ma uno strumento quotidiano che ritroviamo ovunque e che ci aiuta a risolvere problemi concreti e a guardare il mondo in modo diverso.

Nel suo libro How Not to Be Wrong, Jordan Ellenberg definisce la matematica come «il prolungamento del buon senso attraverso altri mezzi». È una definizione che apprezzo particolarmente.

Fare matematica significa quindi dotarsi di un senso in più, sviluppando alcune abitudini intellettuali: definire chiaramente un problema, individuare le ipotesi, ragionare passo dopo passo, verificare le proprie conclusioni, visualizzare situazioni complesse e spiegare le proprie idee con precisione”.

Secondo lei, è necessario ripensare il modo in cui insegniamo la matematica?

“Sì. Più precisamente, è necessario far evolvere il modo in cui la insegniamo. A mio avviso, è necessario procedere in tre direzioni. Innanzitutto, preservare le basi fondamentali: non si può ragionare liberamente in matematica senza una certa padronanza del calcolo, dell’algebra o della geometria. In secondo luogo, introdurre prima il significato: non limitarsi a insegnare agli studenti come applicare un metodo, ma mostrare loro quale problema permette di risolvere e perché è stato sviluppato. Infine, sfruttare le tecnologie. Calcolatrici, computer e, oggi, l’intelligenza artificiale possono liberarci da alcune attività meccaniche e permetterci di dedicare più tempo al ragionamento, alla modellizzazione e alla risoluzione dei problemi.

In questo senso, la sperimentazione nazionale che l’Italia ha appena avviato con il Liceo matematico mi sembra particolarmente interessante. Non vedo l’ora di conoscerne i primi risultati”.

Nel Liceo matematico in Italia gli studenti studieranno la geometria tridimensionale attraverso l’arte degli origami e affronteranno per esempio l’interpretazione matematica dell’Infinito di Giacomo Leopardi, unendo logica scientifica e analisi letteraria. Ritiene ci siano benefici con un approccio di questo tipo?

“Sì, perché un approccio di questo tipo apre nuove porte d’accesso alla matematica e mette in luce collegamenti che possono suscitare l’interesse di studenti molto diversi tra loro.

Fare matematica non significa soltanto fare calcoli. Significa osservare, dedurre, riconoscere strutture comuni, passare all’astrazione, stabilire connessioni e risolvere problemi. Significa aprirsi al mondo e riflettere.

La matematica si trova ovunque, e non soltanto nelle scienze. Pensate alla prospettiva nella pittura rinascimentale, alle strutture e alle proporzioni nella musica o ancora all’architettura. Esiste inoltre un legame storico molto forte tra la matematica e la filosofia. Nelle scienze sociali, la statistica è indispensabile per numerosi studi di psicologia o di economia, mentre la teoria dei grafi permette, ad esempio, di comprendere meglio le reti sociali”.

Il rapporto tra la matematica e le materie umanistiche

Quanto è importante per un matematico o un fisico studiare le discipline umanistiche?

“Innanzitutto, penso che sia importante avere tutti una base culturale comune. L’obiettivo è duplice: aiutare i giovani ad acquisire le conoscenze e le competenze che permetteranno loro di orientarsi nel mondo che li circonda, ma anche offrire loro sufficienti opportunità affinché possano scoprire ciò che è davvero più adatto a loro.

Inoltre, aprirsi ad altri ambiti permette di riscoprire il proprio campo da una prospettiva diversa. Un matematico che si interessa alla storia scopre come e perché sono nate determinate idee. La filosofia lo porta a riflettere sulla natura del ragionamento, della dimostrazione o della conoscenza. Le discipline umanistiche ci ricordano inoltre che i problemi tecnici si inseriscono spesso in un contesto umano, sociale e storico.

Infine, costruire ponti tra le diverse discipline diventa sempre più importante man mano che gli ambiti di ricerca si specializzano. Questa specializzazione è necessaria per il progresso delle conoscenze, ma può anche rendere più difficile la comunicazione. Abbiamo quindi bisogno di persone capaci di superare questi confini e di mettere in dialogo discipline che non utilizzano sempre lo stesso linguaggio”.

Quali sono gli scrittori e i filosofi che l’hanno maggiormente ispirata e che consiglia ai suoi studenti?

“Innanzitutto, consiglio di leggere. Qualunque cosa vogliate.

Leggere permette di concentrarsi, di ritrovare il proprio centro e di immaginare. È anche un esercizio intellettuale davvero straordinario: a partire da semplici segni su una pagina, la nostra mente costruisce immagini, voci, impressioni sensoriali, emozioni e, talvolta, interi mondi. Leggere autori di altre epoche o che non la pensano come noi è anche un ottimo modo per imparare a guardare il mondo da una prospettiva diversa.

Tra i filosofi, Cartesio mi ha profondamente influenzato, in particolare per l’importanza che attribuisce al metodo, al dubbio e alla necessità di scomporre un problema complesso in problemi più semplici.

In ambito finanziario, citerei Peter Bernstein. Alcune delle sue opere sono oggi un po’ datate, ma Against the Gods ha avuto un ruolo importante nel mio percorso personale. Il libro racconta come la nostra comprensione del rischio e delle probabilità si sia costruita nel corso dei secoli e mostra come la matematica abbia progressivamente trasformato il nostro modo di prendere decisioni di fronte all’incertezza.

Infine, per comprendere il mondo contemporaneo, consiglio volentieri Vaclav Smil. Possiede la rara capacità di partire dai fatti, dagli ordini di grandezza e dai vincoli fisici per analizzare temi vasti come l’energia, l’alimentazione, la tecnologia o l’ambiente. Anche quando non si condividono tutte le sue conclusioni, il suo modo di ragionare è estremamente stimolante.

Questi autori sono molto diversi tra loro, ma forse esiste un filo conduttore che li accomuna: cercare di comprendere prima di giungere a una conclusione, scomporre i problemi complessi, osservare i fatti e gli ordini di grandezza e, infine, prendere una decisione”.

La matematica, la realtà che ci circonda e l’Intelligenza Artificiale

Come possiamo trasformare la matematica da una materia da memorizzare a uno strumento per comprendere e interpretare il mondo?

“Partirei da una precisazione: ci saranno sempre delle cose da imparare e da memorizzare. Per pensare liberamente all’interno di una disciplina, è necessario padroneggiarne sufficientemente il linguaggio e gli strumenti. Il problema nasce quando la padronanza di questi strumenti diventa il fine stesso dell’insegnamento.

Dovremmo partire maggiormente dalle domande, prima di introdurre i metodi che permettono di rispondervi. Perché sono stati inventati i logaritmi? Come si può misurare un rischio? Perché alcune crescite diventano esponenziali? Come possiamo sapere se una statistica è realmente informativa? Come fa un GPS a trovare il percorso da seguire?

Insegnare un metodo senza mostrare la domanda a cui risponde è un po’ come dare una mappa a qualcuno senza spiegargli il viaggio.

Bisogna inoltre lasciare più spazio all’esplorazione, all’errore e alla discussione. La matematica che troviamo nei libri di testo dà spesso l’impressione di essere una costruzione perfettamente compiuta. Ma la matematica reale si è sviluppata attraverso intuizioni, tentativi, errori, controversie e molto lavoro. Mostrare questo processo permette di capire che fare matematica non significa recitare la risposta giusta: significa imparare a cercare.

E comprendere non rappresenta esattamente la fine del processo. La matematica ci permette anche di prendere decisioni: decidere quali informazioni sono pertinenti, quali ipotesi sono ragionevoli, quale metodo utilizzare e, quando si tratta di un problema concreto, quale azione intraprendere per raggiungere un obiettivo”.

Con la diffusione dell’intelligenza artificiale, sono ormai le macchine a eseguire calcoli complessi. Come dovrebbe evolvere l’insegnamento della matematica per preparare gli studenti a un futuro in cui l’IA sarà sempre più capace di risolvere i problemi al loro posto?

“Abbiamo già vissuto qualcosa di simile con le calcolatrici e, successivamente, con i computer. Non abbiamo smesso di insegnare la matematica perché una calcolatrice era in grado di eseguire una divisione più velocemente di noi.

L’intelligenza artificiale ci permetterà certamente di delegare una parte sempre maggiore dei calcoli e persino alcuni ragionamenti. Ma questo non rende la matematica meno importante. Piuttosto, sposta il valore di ciò che dobbiamo imparare.

Sarà sempre necessario comprendere i fondamenti. Senza di essi, come possiamo sapere se la risposta fornita da un’intelligenza artificiale è corretta, plausibile o completamente assurda? Ma sarà necessario porre ancora maggiore enfasi sulla formulazione dei problemi, sulla scelta delle ipotesi, sull’interpretazione dei risultati e, infine, sul processo decisionale.

Più le macchine diventano capaci di produrre risposte, più dobbiamo imparare a decidere che cosa farne.

Dobbiamo anche imparare a lavorare con questi strumenti. Vietare semplicemente l’intelligenza artificiale mi sembra poco realistico quanto aver voluto vietare a lungo le calcolatrici. La sfida educativa consiste nell’imparare quando utilizzarla, come utilizzarla, quando verificarne le risposte e, soprattutto, quando non fidarsi”.

La scuola e gli studenti di oggi

Lei ha studiato economia e commercio in Francia e in Canada, per poi proseguire gli studi in matematica all’Imperial College London, e oggi insegna finanza alla NEOMA Business School. Quali cambiamenti osserva negli studenti e quali sono oggi le loro principali preoccupazioni?

“In quindici anni di insegnamento, ho osservato un’evoluzione piuttosto evidente. Ma ho soprattutto l’impressione che oggi per loro sia più difficile mantenere a lungo l’attenzione e l’impegno su un problema.

Al contrario, gli studenti sono diventati straordinariamente veloci. Basta porre una domanda e si mettono immediatamente alla ricerca di uno spunto, di un’informazione o di una risposta. Questa risposta sarà talvolta corretta, talvolta sbagliata, ma arriverà molto rapidamente. Se dovessi riassumere questa evoluzione con un’immagine, direi che in quindici anni i miei studenti sono progressivamente passati dall’essere corridori di fondo a velocisti.
Eppure, abbiamo bisogno di entrambe le qualità. La rapidità, la capacità di adattamento e la facilità con cui questa generazione ricerca e combina le informazioni sono veri e propri punti di forza. Ma alcuni problemi richiedono tempo, concentrazione e la capacità di accettare di non trovare immediatamente la risposta.

Questo si ricollega forse a una delle difficoltà che i giovani devono affrontare oggi. Sono cresciuti in un ambiente in cui le informazioni, gli stimoli e, ormai, anche le risposte sono disponibili quasi istantaneamente. Allo stesso tempo, devono costruire il proprio percorso in un mondo segnato da una successione di crisi e rapide trasformazioni. La vera sfida consiste forse nell’imparare a preservare la loro straordinaria capacità di reazione, ritrovando al contempo la capacità di rallentare quando il problema lo richiede”.

Sempre attraverso l’osservazione dei suoi studenti, quali sono le aspirazioni delle nuove generazioni?

“Ovviamente, non esiste un’unica aspirazione comune a un’intera generazione. Ma ciò che mi colpisce è la ricerca di un equilibrio tra aspirazioni che, a volte, possono sembrare contraddittorie.

Molti giovani vogliono avere successo professionalmente, ma non desiderano necessariamente che il lavoro definisca tutta la loro esistenza. Cercano autonomia, ma anche un senso di appartenenza. Vogliono una certa sicurezza in un mondo incerto, ma desiderano anche mantenere la libertà di cambiare strada. E molti vogliono che la propria attività abbia un significato e sia coerente con i propri valori. Trovo tutto questo piuttosto incoraggiante”.

Quali consigli darebbe ai giovani per il loro futuro?

“Restate curiosi. Formatevi una vostra opinione su ciò che vedete e sentite. E sappiate cambiare idea quando i fatti dimostrano che avete torto: non è una debolezza, è una forza.

Scoprire chi siamo veramente è il lavoro di una vita. Bisogna quindi concedersi il diritto di esplorare, di sbagliare e, a volte, di cambiare strada.

Sviluppate anche una disciplina personale, per non lasciarvi trascinare dalle soluzioni facili. La disciplina non è nemica della libertà: permette di scegliere anziché subire.

Come scriveva H. L. Mencken più di un secolo fa: «Le spiegazioni esistono; sono sempre esistite; per ogni problema umano c’è sempre una soluzione ben nota: semplice, plausibile e sbagliata».

Era più di cent’anni fa, ma nell’epoca dei social network e dell’intelligenza artificiale mi sembra ancora straordinariamente attuale”.

Quali libri consiglierebbe per scoprire la bellezza della matematica?

“How Not to Be Wrong, di Jordan Ellenberg, che ho già citato, è probabilmente il mio preferito. Mostra magnificamente come il pensiero matematico possa aiutarci a ragionare meglio nella vita quotidiana.

Consiglio anche i numerosi libri divulgativi di Ian Stewart, in particolare Professor Stewart’s Cabinet of Mathematical Curiosities. Per riscoprire semplicemente il piacere di giocare con la matematica, divertitevi con gli enigmi di Martin Gardner.

Per chi desidera spingersi un po’ oltre, Mathematics: From the Birth of Numbers di Jan Gullberg e Elements of Mathematics di John Stillwell permettono di avvicinarsi a letture più propriamente matematiche, mantenendo al tempo stesso una prospettiva molto ampia.

Per i lettori interessati alla statistica, The Art of Statistics di David Spiegelhalter è scritto magnificamente. E per chi si interessa di finanza, il libro che personalmente mi ha indirizzato verso la matematica finanziaria è Against the Gods: The Remarkable Story of Risk di Peter Bernstein.

Del resto, non bisogna limitarsi ai libri. La serie di documentari The Story of Maths, presentata da Marcus du Sautoy per la BBC nel 2008, è eccellente, così come The Joy of Stats di Hans Rosling. E il mio podcast preferito resta More or Less, della BBC, che mostra proprio come la statistica permetta di interpretare l’attualità e, a volte, di smontare affermazioni fuorvianti.

C’è piacere nella matematica! E molto lavoro. Ma soprattutto piacere”.