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Matricole in fuga, oltre il 15% lascia o cambia subito università iStock

Matricole in fuga, oltre il 15% lascia o cambia subito università

Più di un diplomato su sei non arriva alla laurea ma abbandona il percorso accademico dopo pochi mesi dall'immatricolazione

Stefania Bernardini

Stefania Bernardini

GIORNALISTA

Giornalista professionista dal 2012, ha collaborato con le principali testate nazionali. Ha scritto e realizzato servizi Tv di cronaca, politica, scuola, economia e spettacolo. Ha esperienze nella redazione di testate giornalistiche online e Tv e lavora anche nell’ambito social

La scelta dell’università non è sempre semplice e sono diversi gli studenti italiani che lasciano o cambiano corso di laurea dopo pochi mesi dall’immatricolazione. A pesare sono fattori diversi ma, in particolare, si nota una carenza dal punto di vista dell’orientamento che porta i giovani a non avere le idee ben chiare su quale tipo di percorso scegliere.

Quante matricole lasciano o cambiano università al primo anno

Il Rapporto AlmaDiploma 2026 sugli esiti a distanza dei diplomati rivela che oltre il 15% delle neo matricole lascia l’università o cambia indirizzo o facoltà entro il primo semestre.

Più di un diplomato su sei non prosegue con la scelta fatta subito dopo il diploma e questo cambiamento non è dettato da motivazioni economiche ma da problemi con il corso di laurea scelto.

Oltre uno studente su tre, tra quelli che hanno cambiato facoltà o hanno lasciato l’ateneo in cui erano iscritti, ha dichiarato di averlo fatto perché deluso dalle materie studiate. Quasi 1 su 10, invece, si arrende a causa dei test d’ingresso troppo complicati.

Analizzando i numeri, tra i diplomati del 2024 andati poi all’università, il 15,3% ha già certificato, dopo appena un anno dall’iscrizione, di aver rivisto i propri piani.

Di questi, il 5,6% delle matricole ha abbandonato del tutto gli studi universitari entro dodici mesi dal debutto in facoltà, mentre il 9,7% ha voluto cambiare ateneo o corso di laurea.

Chi sono le matricole in fuga dall’università

Riguardo al tasso di abbandono, è emerso che ci sono delle differenze legate all’indirizzo scolastico e alle performance passate. A lasciare il percorso accademico sono soprattutto i diplomati provenienti dai percorsi professionali che raggiungono quota 11,1%, seguiti dagli istituti tecnici al 9%.

Tra i liceali, invece, la percentuale è molto più bassa e rappresenta il 3,6%.

Un peso sembrano avere anche i voti ottenuti alla Maturità. Il 7,4% di chi ha ottenuto voti bassi all’esame di Stato interrompe gli studi universitari, quasi il doppio rispetto al 4,3% registrato tra chi si è diplomato con voti alti.

I ragazzi abbandonano in misura nettamente superiore con il 7,6% rispetto alle ragazze ferme al 4,1%.

Se si proviene da un nucleo in cui almeno un genitore è laureato, il tasso di abbandono scende al 4,3%, mentre sale al 5,9% per i figli di genitori con al massimo il titolo di scuola superiore.

Perché le matricole lasciano o cambiano università

Solo il 4,4% di chi molla l’università lo fa per motivi economici. La quota maggiore, il 17,5% deve la scelta a motivi personali e il 12,1% alla necessità di lavorare.

Il 35,6% abbandona perché le discipline insegnate "non sono risultate interessanti" o molto diverse dalle attese, mentre un altro 12,1% ha dichiarato che il corso si è rivelato "troppo difficile".

Tra chi cambia corso, la delusione per le materie studiate sfiora il 50%. Inoltre, per quasi una matricola su dieci (il 9,8% tra quelli che lasciano l’università) l’abbandono è causato dall’impossibilità di accedere al corso desiderato, che costringe spesso a ripiegare su facoltà alternative. Il 23,5% di chi cambia percorso o ateneo lo fa proprio per ritentare l’accesso al percorso a numero chiuso in cui non era riuscito a entrare l’anno precedente.

Il report rileva che le attività di orientamento sono importanti nella scelta del percorso accademico. Solo il 4,1% delle matricole che hanno giudicato "molto utile" l’orientamento scolastico poi arresta il suo percorso accademico, a fronte del 7,7% di coloro che le hanno ritenute "per niente utili".