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Novara: "Educare non è improvvisare". Il rischio più grande oggi

Il pedagogista Novara ha spiegato che l'educazione non è improvvisazione e che i genitori non devono voler piacere a tutti i costi ai loro figli

Patrizia Chimera

Patrizia Chimera

GIORNALISTA PUBBLICISTA

Giornalista pubblicista, è appassionata di sostenibilità e cultura. Dopo la laurea in scienze della comunicazione ha collaborato con grandi gruppi editoriali e agenzie di comunicazione specializzandosi nella scrittura di articoli sul mondo scolastico.

Il pedagogista Daniele Novara ha spiegato cosa significa educare: non vuol dire improvvisare, ma ben altro. Lui ha lavorato per tanti anni nelle scuole e nei consultori pedagogici, anche come counselor e formatore. Ha scelto poi di portare la sua esperienza anche nei teatri italiani per affrontare insieme al pubblico tantissime tematiche e riflettere su argomenti di interesse collettivo. L’esperto piacentino ha svelato anche qual è il rischio più grande che si corre oggi quando si parla di educazione.

Cos’è l’educazione secondo Daniele Novara

Daniele Novara è stato intervistato dall’Avvenire, in occasione di uno spettacolo teatrale che il fondatore della prima scuola senza voti a Piacenza sta portando in giro per l’Italia. Il suo progetto teatrale riguarda proprio l’educazione di ragazzi e ragazze: l’esperto porta in scena storie di vita vissuta e situazioni quotidiane famigliari.

Il counselor e formatore piacentino ha sottolineato che oggi "il narcisismo è l’aria che respiriamo. Io appartengo a una generazione che ha visto il passaggio dalla società dell’appartenenza a quella dell’affermazione individuale. Questo ha portato libertà importanti, ma anche conseguenze problematiche".

Tra i problemi più grandi c’è un’idea sbagliata, quella che porta tanti genitori a pensare "che basti ‘essere se stessi‘ per educare bene un figlio. Come se l’educazione fosse qualcosa di spontaneo, naturale, automatico". Per il pedagogista non è assolutamente così: "Educare richiede organizzazione, decisioni, rituali, capacità procedurale".

Per molti genitori i figli devono "somigliare alle loro aspettative, assorbire il loro modo di essere". Quello che bisognerebbe comprendere secondo lui è che "i figli non sono estensioni dei genitori. Sono persone nuove, imprevedibili, diverse. E questa differenza va accolta, non corretta".

Qual è per Novara il rischio più grande nell’educazione

Durante l’intervista il pedagogista ha svelato anche qual è una delle fragilità educative più evidenti e più grandi che si possono notare nei genitori di oggi. Per Daniele Novara non è assolutamente "l’essere madri o padri troppo severi, tutt’altro. Piuttosto il tentativo continuo, quasi ossessivo, di piacere ai propri figli".

Secondo lui esiste oggi un rischio educativo che non si può sottovalutare. Non è l’autoritarismo, ma la necessità dei genitori di essere amati dai figli. "Fino agli anni Sessanta i figli dovevano adattarsi ai genitori, alle esigenze economiche e ai destini familiari. Oggi il movimento si è rovesciato: sono gli adulti che si modellano continuamente sui figli".

Per Novara questo modello è "disfunzionale quanto quello autoritario del passato, perché soffoca le autonomie. I figli non hanno bisogno di genitori perfetti o servizievoli. Hanno bisogno di adulti affidabili, capaci di mettere confini chiari e anche di tollerare il conflitto". Allenarsi alla "contrarietà", ad esempio in età adolescenziale, è per lui fondamentale: "Imparare a stare dentro le tensioni della vita aiuta enormemente anche nel rapporto educativo".

Novara e la sfida educativa attuale

Per la pedagogia, che "è una scienza pratica, non teorica", questa è la sfida educativa di oggi: la disciplina "deve continuamente reinventare strumenti e linguaggi per rispondere ai bisogni delle persone. Penso a Paulo Freire in Brasile o ad Alberto Manzi con la televisione: hanno saputo usare i mezzi del loro tempo per generare apprendimento e trasformazione".

Novara è convinto che oggi sia il teatro a poter riuscire in questo intento perché "non c’è passività: si crea una partecipazione collettiva, quasi una telepatia emotiva con il pubblico". Grazie all’atmosfera di questo luogo "si smette di inseguire la perfezione educativa e si ricomincia, semplicemente, a cercare autenticità".