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La domanda che mette in difficoltà gli insegnanti iStock

Novara svela la "domanda che mette in difficoltà un insegnante"

Daniele Novara svela che c'è una domanda particolare che mette in difficoltà gli insegnanti: viene posta dai genitori, ma dovremmo cambiare approccio

Francesca Pasini

Francesca Pasini

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Content Writer laureata in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività Culturali, vivo tra l'Italia e la Spagna. Amo le diverse sfumature dell'informazione e quelle storie di vita che parlano di luoghi, viaggi unici, cultura e lifestyle, che trasformo in parole scritte per lavoro e per passione.

C’è una domanda, apparentemente innocua, che però dice molto del modo in cui siamo abituati a guardare la scuola e che, sempre più spesso, mette in difficoltà gli insegnanti: "Ma che voto ha preso?". È la prima cosa che un genitore chiede dopo una verifica o un’interrogazione, oppure ai colloqui: in base al voto assegnato si capisce come è andata, mentre tutto ciò che c’è dietro rischia di passare in secondo piano.

Ma è davvero il voto a raccontare quanto ha imparato uno studente? Secondo Daniele Novara, pedagogista e fondatore del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, la questione dovrebbe essere affrontata in modo diverso e svela i suoi consigli.

Cosa sbagliamo sui voti secondo Novara

Secondo Novara, in una riflessione pubblicata sulla sua pagina Facebook, il problema non è il fatto che a scuola si diano dei voti, ma piuttosto il rischio che la valutazione venga percepita soprattutto come un giudizio sulla persona. Infatti, non si dovrebbe smettere di valutare, ma imparare a farlo diversamente. Come? Osservando il percorso dell’alunno, i progressi compiuti, le difficoltà incontrate e le competenze che sta sviluppando.

Un voto, infatti, può fotografare il risultato di una verifica, ma non racconta necessariamente il percorso che ha portato fino a lì. Due studenti che ricevono lo stesso voto, per esempio, possono avere alle spalle situazioni completamente diverse: uno potrebbe aver fatto grandi progressi rispetto alle prove precedenti, mentre l’altro potrebbe aver ottenuto un risultato inferiore alle proprie possibilità.

Per questo, secondo l’approccio proposto da Novara, la valutazione dovrebbe diventare uno strumento per accompagnare l’apprendimento, non semplicemente per stabilire chi è andato bene e chi no.

La differenza, quindi, può sembrare sottile, ma cambia profondamente il modo di guardare allo studente: l’errore non viene più considerato soltanto qualcosa da correggere, ma può diventare un’indicazione utile per capire dove intervenire e come aiutare il bambino o il ragazzo a migliorare.

"Che voto ha preso?": cosa dovrebbero rispondere i prof

Ora arriva la domanda più delicata: come fanno i docenti a comunicare in modo diverso la valutazione alle famiglie? Se il voto non è più il centro del racconto, l’insegnante deve poter spiegare ai genitori che cosa sta osservando nel percorso del figlio: quali progressi ha compiuto, quali difficoltà rimangono, quali competenze sta sviluppando e su quali aspetti è necessario continuare a lavorare.

L’obiettivo è quindi spostare l’attenzione dal semplice risultato alla storia dell’apprendimento. Un cambiamento che può aiutare anche a ridurre la paura di sbagliare. Quando la valutazione viene vissuta esclusivamente come un giudizio, infatti, l’errore può trasformarsi in una fonte di ansia e arrivare persino a bloccare la motivazione. Se invece diventa parte del percorso, può assumere un significato diverso: indica ciò che ancora non funziona e permette di capire come procedere.

Per Novara, dunque, valutare significa anche osservare e accompagnare. Non si tratta di rinunciare agli strumenti che permettono alla scuola di verificare gli apprendimenti, ma di evitare che un numero finisca per definire uno studente. La domanda "Che voto ha preso?" potrebbe così lasciare spazio ad altri quesiti più significativi: "Che cosa ha imparato?", "In cosa è migliorato?", "Quali difficoltà sta incontrando?".