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Paolo Crepet contro l'inno alla perfezione: il suo allarme sul QI

Cosa significa essere perfetti? Il noto psichiatra Paolo Crepet attacca "l'inno alla perfezione" e lancia l'allarme sul quoziente intellettivo (QI)

Camilla Ferrandi

Camilla Ferrandi

GIORNALISTA SOCIO-CULTURALE

Nata e cresciuta a Grosseto, sono una giornalista pubblicista laureata in Scienze politiche. Nel 2016 decido di trasformare la passione per la scrittura in un lavoro, e da lì non mi sono più fermata. L’attualità è il mio pane quotidiano, i libri la mia via per evadere e viaggiare con la mente.

Paolo Crepet lancia un allarme sulla direzione che sta prendendo la nostra società, criticando quello che ha definito un "inno alla perfezione". Secondo il noto psichiatra, l’ossessione crescente per il controllo, che raggiunge il suo apice nello standardizzare l’intelligenza attraverso il filtro del quoziente intellettivo (QI), rischia di soffocare l’umanità stessa, cancellando proprio quell’elemento che alimenta evoluzione, immaginazione e creatività: la confusione. Una confusione che, per Crepet, non è un difetto da correggere, ma un motore indispensabile per la crescita individuale e collettiva.

Cos’ha detto Crepet sulla perfezione

"Penso di dovere fare questo, cioè cercare di non risolvere le confusioni, perché io
adoro la confusione, perché io credo che la confusione porti a delle competenze". Si apre così la riflessione di Paolo Crepet, ospite de Lo Specchio su Radiotelevisione Svizzera.

Per lui, la confusione non è un difetto da eliminare, ma una condizione fertile da cui nasce la ricerca: "Solo quando sei confuso cerchi qualcosa. Se non sei confuso, pensi di non essere confuso perché magari ti sei creato un mondo tutto bello, preciso". È proprio questa illusione di precisione, questa costruzione artificiale di un ordine perfetto, a rappresentare secondo Crepet un pericolo culturale.

"C’è una cosa che a me fa molta inquietudine in senso negativo, questo inno alla perfezione. Ci sono aziende multimiliardarie che oggi vogliono perfezione, addirittura vogliono feti perfetti", ha detto Crepet, aggiungendo che "adesso ci sono dei kit di intelligenza artificiale che possono lavorare sul tuo genoma". Pur riconoscendo che l’intento può essere "giusto, probo", come eliminare una malattia genetica, pone una domanda cruciale: "Ma dove ci fermiamo?".

Il rischio, secondo Crepet, è che la tecnologia diventi uno strumento per costruire esseri umani "su misura", perdendo di vista la complessità e l’imprevedibilità che caratterizzano la vita stessa degli esseri umani.

L’allarme di Paolo Crepet sul QI

È proprio da questa riflessione che nasce il suo allarme sul quoziente intellettivo. "Se io volessi avere un sacco di bambini cosiddetti ‘intelligenti’? E se, come è vero, c’è qualcuno che pensa che i cittadini del mondo devono avere come minimo tre numeri nel quoziente intellettivo? ‘Noi accettiamo solo quelli sopra il 100’. Wow", ha affermato con tono ironico e amaro, avvertendo: "Attenzione perché non sono dei signori con i baffetti e una divisa".

Secondo Crepet, la perfezione non è un traguardo, ma una minaccia culturale. E lo diventa ancora di più quando riguarda i bambini: "I bambini dovrebbero essere sempre agitati, compresi quelli che sono agitati da soli, quelli che magari cercano l’agitazione in un angolo un po’ oscuro della casa". L’imperfezione, l’irrequietezza, la fantasia: sono queste, secondo lo psichiatra, le radici della crescita.

"Io da bambino, me lo ricordo bene, giocavo a una cosa che mi ero inventato e che mi faceva compagnia che si chiamava ‘Il mio piccolo impero‘. Creavo un mondo assolutamente irreale di cui evidentemente avevo bisogno. Era ‘Stairway to heaven‘ questa cosa qua", ha raccontato citando la celebre canzone di "quei ragazzacci dei Led Zeppelin".

Nel brano, che lo psichiatra ha spiegato in un’intervista a Radio Bruno Brescia, "i Led Zeppelin dicevano che per andare in paradiso non puoi comprarti una scala. E prendevano in giro quella signora che pensava di averlo fatto".