Paolo Crepet e le baby gang: qual è il "vero problema"
Paolo Crepet torna sul tema della violenza giovanile e spiega qual è il "vero problema" che sta dietro alle baby gang: la riflessione dello psichiatra
L’espressione baby gang è ormai entrata nel linguaggio comune ed è diventata uno dei temi più discussi nel dibattito pubblico, alimentato da episodi di cronaca che coinvolgono adolescenti. Ma secondo lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, concentrarsi solo sui casi di violenza giovanile significa guardare alle conseguenze e non alle cause. Per capire il fenomeno, a suo avviso, bisogna andare alla radice, al "vero problema" che sta dietro ai comportamenti aggressivi di alcuni ragazzi.
Perché per Crepet "il problema non sono le baby gang"
"Il problema non sono le baby gang", ha esordito Paolo Crepet in un’intervista video rilasciata a Qdpnews.it. Lo psichiatra invita a spostare lo sguardo dall’effetto, cioè la violenza giovanile, alle sue causa: "Il problema è l’educazione".
Secondo l’esperto, la violenza giovanile è soprattutto la conseguenza di una deriva educativa che coinvolge tutto il mondo adulto, dalla famiglia alla scuola: "Bisogna che la scuola faccia il suo lavoro, un padre e una madre facciano il loro lavoro. Non si può pretendere di dire tutti sì (ai figli), dare loro soldi, non mettere alcuna regola e poi stare là a dire ‘oh mamma mia cosa succede’. Succede quello che abbiamo seminato, si raccoglie quello che si mette".
Per questo, a suo giudizio, invertire la rotta "dipende da noi": "Se vogliamo questo, continuiamo così. Se vogliamo cambiare, domani mattina si cambia".
Nella sua riflessione, ha trovato spazio anche una proposta che Crepet ha più volte avanzato, ovvero quella di abbassare la maggiore età a 16 anni. L’obiettivo? Responsabilizzare gli adolescenti. "Anche la cronaca lo dice – ha proseguito lo psichiatra -. L’altro giorno un ragazzino, che ha compiuto un reato orrendo, la prima cosa che ha detto sui social è ‘tanto faccio un mese di galera, a me non possono fare niente perché ho 16 anni’. Insomma, inizia ad essere un problema".
E ha aggiunto: "Io credo che le età non siano mai cambiate realmente. Non credo che il cervello di un ragazzo di cent’anni fa fosse differente da quello di un ragazzo di oggi. È l’educazione che è cambiata, non è la testa o altre cose".
Crepet ha chiuso l’intervista inviando un messaggio ai genitori di oggi: "Fate i maestri, insegnate a vivere ai vostri figli".
Perché la violenza "piace" ai giovani secondo Paolo Crepet
Ospite del podcast Supernova di Alessandro Cattelan lo scorso aprile, Paolo Crepet ha affrontato anche un altro tema collegato al disagio giovanile: "La violenza piace". E ha spiegato: "C’è una seduzione nei confronti della violenza che va da quelli che fanno la guerra all’ultimo dei pusher di piazza Colonnette. C’è un filo rosso che li unisce perché è così nelle nostre modalità. Perché meno hai visione, meno hai progetto, più sei frustrato e più la violenza è l’unico modo per esprimerti".
Anche in questo caso, Crepet ha puntato il dito contro gli adulti incapaci di offrire una visione alle nuove generazioni: "Se io non ti dico ‘potresti andare a lavorare ad Amsterdam, guarda che è una città pazzesca, ci sono un sacco di ragazzi’; se non ti racconto di quando io ci sono andato; se un padre non è andato da nessuna parte e parla solo con Alexa, complicata la vita eh".
Per lo psichiatra, è compito degli adulti far capire ai ragazzi che il mondo offre molte opportunità e che vale la pena esplorarle e conoscerle. Solo chi comprende questa possibilità sarà spinto a cercare "maestri che quel mondo l’hanno navigato", ha detto.
Crepet ha poi individuato un altro problema: ai giovani non viene insegnato a buttarsi, a rischiare, a vincere le proprie paure. Uscire dalla propria comfort zone, affrontare nuove sfide, trasferirsi in un’altra città o fare esperienze diverse rappresentano occasioni fondamentali per sviluppare autonomia e fiducia in se stessi. Se invece si rimane sempre nello stesso gruppo, negli stessi luoghi e nelle stesse abitudini, si evita il rischio di fallire, ma anche quello di crescere.
"Se nessuno ha voglia di andare a Berlino, perché è più facile andare nel baretto dei soliti con sempre i soliti perché hai paura di perdere, invece tra i soliti non perdi mai; se siamo sempre tutti noi e, se proprio dobbiamo fare una vacanza, andiamo tutti a Ibiza, ma tutti noi sempre, non ti metti mai a rischio. E questo perché noi non gli abbiamo insegnato che il rischio è benessere", ha concluso Paolo Crepet.