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Ragazza giovane triste e depressa iStock

Perché l'Italia "non è un Paese per giovani": lo dice la scienza

Non si tratta di retorica, visto che anche la scienza è arrivata ad affermare che l'Italia non è un Paese per giovani: ecco i risultati di uno studio

Patrizia Chimera

Patrizia Chimera

GIORNALISTA PUBBLICISTA

Giornalista pubblicista, è appassionata di sostenibilità e cultura. Dopo la laurea in scienze della comunicazione ha collaborato con grandi gruppi editoriali e agenzie di comunicazione specializzandosi nella scrittura di articoli sul mondo scolastico.

Non è solo retorica. L’Italia davvero non è un Paese per giovani. A dirlo è anche la scienza: uno studio condotto da OpenPolis si è domandato come stanno realmente i giovani italiani e le giovani italiane. La risposta non è delle più idilliache e delle più rosee, vista la situazione che ragazzi e ragazze vivono quotidianamente in quello che è considerato in tutto il mondo il bel paese. L’Italia è un luogo molto complesso nel quale abitare, soprattutto per le nuove generazioni.

Perché per la scienza l’Italia non è un Paese per giovani

I ricercatori di OpenPolis hanno condotto un’analisi sui dati della ricerca Lancet Commission on Adolescent Health and Wellbeing, pubblicata sulla rivista The Lancet, per comprendere come stanno i giovani italiani: l’indagine ha riguardato le condizioni di giovani e adolescenti in tutto il mondo dall’inizio della pandemia a oggi, valutando anche i possibili rischi per il benessere di questa generazione da qui al 2030.

Il quadro, secondo quanto emerso, sarebbe sconfortante, anche se non sorprende scoprire che l’Italia non è a misura delle giovani generazioni. Secondo i ricercatori qualcosa si è inceppato, è rimasto ancorato al passato e non è progredito, lasciando in eredità ai ragazzi e alle ragazze un Paese che non pensa a loro. Questa situazione influenza la loro vita, ma anche la loro salute fisica e mentale e la loro visione del futuro.

Salute: come stanno i giovani italiani

I dati relativi alla salute dei ragazzi preoccupano. La morbilità, la frequenza di ammalarsi, e la mortalità sono in aumento, soprattutto per malattie non trasmissibili, ma anche per disturbi mentali di varia natura. Anche l’attuale situazione climatica mondiale non giova sul benessere dei giovani, dal punto di vista fisico e anche mentale, con un carico di ansia e incertezza non indifferente.

Secondo quanto riportato da The Lancet, in futuro 42 milioni di anni di vita in salute potrebbero svanire a causa di disturbi mentali e ansie, con un incremento di 2 milioni rispetto al 2015. Come riferito da Istat, nel 2023 il 14% dei minori viveva in povertà assoluta e il nostro Paese era tra quelli europei con più giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiavano, non lavoravano e non si stavano formando, i cosiddetti Neet.

Il timore è che possa crescere una generazione che porta con sé un’apatia, una depressione e un approccio alla vita negativo senza precedenti. Anche la cosiddetta eco-ansia alimenta ancora di più le problematiche di salute mentali nelle nuove generazioni: i cambiamenti climatici e gli effetti drammatici che possono avere sulla Terra destano ben più di qualche semplice preoccupazione.

A tutto questo vanno aggiunti gli stati d’ansia derivanti dall’abuso dei social, che causano problemi nelle menti dei più giovani, che hanno paura di essere presi di mira dai bulli o di essere emarginati e isolati.

Come esprimono il proprio disagio i ragazzi

Proprio quei social che, però, possono provocare problematiche di varia natura nei ragazzi sono il loro appiglio per esprimere il disagio che vivono. I giovani comunicano i propri malesseri sulle piattaforme online che utilizzano tutto il giorno. Questo sarebbe l’unico spazio che hanno a disposizione per dare libero sfogo ai loro stati d’animo.

Il modo con cui, però, parlano dei propri problemi non è sempre così facilmente e immediatamente comprensibile da un occhio esterno. Eppure i trend che apparentemente sembrano un modo innocenti per svagarsi, altro che non sono, in alcuni casi, delle grida di aiuto di una fetta di popolazione che nel 2018, come svelato da uno studio di Demopolis, immaginava un domani peggiore rispetto al presente (66%), contro una risicata fetta, il 9%, che lo credeva migliore.

Un clima di sfiducia che sembra inarrestabile e che sembra aver bloccato una generazione intera.

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