Perché la nuova riforma dell'università fa discutere
Al via alla Camera l'esame della nuova riforma dell'università promossa dalla ministra Bernini e già approvata al Senato: perché il ddl fa discutere
La nuova riforma dell’università sta facendo molto discutere. Venerdì 19 giugno è iniziata alla Camera la discussione del disegno di legge presentato dalla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, che punta a cambiare il sistema di reclutamento di docenti e ricercatori negli atenei italiani. Il testo, già approvato dal Senato a dicembre 2025, interviene sulla legge Gelmini, la norma che dal 2011 regola l’accesso alla carriera accademica. La riforma è stata duramente criticata sia dalle opposizioni sia da diverse associazioni universitarie e sindacati, secondo cui rischierebbe di agevolare favoritismi nei concorsi invece di rafforzare la meritocrazia.
Cosa prevede la riforma dell’università sul reclutamento di prof e ricercatori
Per capire la nuova riforma dell’università, è utile ricordare come funziona oggi il reclutamento dei docenti e dei ricercatori nelle università regolato dalla legge Gelmini. Approvato nel 2010, il provvedimento ha introdotto l’Abilitazione scientifica nazionale (Asn), un sistema di valutazione nazionale che stabilisce criteri uniformi per accedere ai ruoli di professore associato e ordinario.
L’Asn non garantisce di per sé l’assunzione dei docenti, ma è requisito necessario per partecipare ai bandi di concorso. L’obiettivo dell’introduzione della legge Gelmini era quello di contrastare il fenomeno del "baronato", cioè concorsi costruiti su misura per candidati già individuati.
Il nuovo disegno di legge promosso dalla ministra Anna Maria Bernini intende eliminare completamente l’Asn, considerata dal governo, come riportato da Pagella Politica, "un ulteriore livello burocratico" inutile e inefficace. Secondo l’esecutivo, l’abilitazione avrebbe creato un numero di abilitati superiore ai posti disponibili, generando aspettative irrealistiche e rallentando le procedure di reclutamento.
Al posto dell’Asn, la riforma introduce un sistema basato su un’autocertificazione. Se la nuova legge verrà approvata, sarà il candidato stesso a dichiarare di possedere i requisiti richiesti, definiti successivamente dal ministero dell’Università su proposta dell’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) e con il parere del Cun (Consiglio universitario nazionale).
I requisiti varieranno a seconda dell’area disciplinare e i concorsi verranno fatti a livello locale. A deciderne l’esito saranno delle commissioni formate da cinque professori (tre nel caso dei ricercatori), di cui uno interno all’ateneo e gli altri esterni, selezionati da una lista ministeriale. I commissari non potranno partecipare a più commissioni consecutive per evitare concentrazioni di potere.
Un’altra novità riguarda l’ampiezza tematica dei bandi. Mentre la legge Gelmini prevedeva concorsi per settore scientifico-disciplinare, la riforma consentirà bandi per "ambiti tematici" più specifici, "coerenti con le esigenze didattiche o di ricerca contenute nella programmazione strategica dell’ateneo".
Le critiche alla nuova riforma dell’università
La Flc Cgil ha definito la nuova riforma dell’università un "ddl truffa", un provvedimento che, secondo il sindacato, "promette di allineare il sistema di reclutamento universitario ai migliori standard internazionali, puntando sul merito e sulla trasparenza", ma che "in realtà realizza esattamente l’opposto". Una critica condivisa anche dalle opposizioni e da numerose associazioni universitarie.
Uno dei punti più contestati riguarda la possibilità di bandire concorsi per ambiti tematici molto specifici. Secondo i critici, questa scelta potrebbe consentire di costruire bandi "su misura" per un candidato, riproducendo quei meccanismi di favoritismo che la legge Gelmini aveva cercato di eliminare.
Un altro elemento criticato riguarda l’introduzione di una prova da svolgere davanti alla commissione, che secondo le associazioni restituirebbe ai commissari una discrezionalità molto ampia. Per i critici, questo rappresenterebbe un passo indietro rispetto ai criteri nazionali introdotti dall’Asn, pensati proprio per ridurre la possibilità di concorsi non trasparenti.
Nel novembre del 2025, prima dell’approvazione della riforma da parte del Senato, la Rete delle Società scientifiche ha promosso un appello rivolto al governo e al parlamento, firmato da 144 associazioni universitarie e culturali, in cui si legge: "Serve un modello di reclutamento trasparente, fondato sulla qualità scientifica e sulla responsabilità delle sedi: non possiamo tornare a un centralismo che mortifica l’autonomia degli atenei, né possiamo accettare pratiche opache a livello locale".
Il governo difende la riforma dell’università sostenendo che l’obiettivo è semplificare le procedure, superare i limiti dell’Asn e responsabilizzare maggiormente gli atenei. Ma i critici temono che l’eliminazione del filtro nazionale possa indebolire le garanzie contro concorsi poco trasparenti e ridurre la qualità del reclutamento.