Perché le aziende di IA stanno cercando laureati in filosofia
Gli studenti di filosofia stanno ricevendo offerte da grandi aziende di intelligenza artificiale anche prima della laurea, lo rivela un noto filosofo
Se fino a poco tempo fa studiare Filosofia era considerato un percorso con pochi sbocchi professionali. Nel 2026 sembra si stia registrando un’inversione di rotta. I "filosofi" sarebbero ricercatissimi dalle grandi aziende di intelligenza artificiale. A rivelarlo è Luciano Floridi, un noto esperto e tra i massimi esperti di etica IA.
Le offerte di grandi aziende ai laureati in filosofia
Secondo i dati citati in un articolo dell’Economist del 24 giugno, tra i laureati recenti negli Stati Uniti, il 7% di chi aveva studiato informatica risultava disoccupato, contro il 5,1% dei laureati in filosofia.
Come riporta il Corriere della Sera, Luciano Floridi, filosofo a Yale e a Bologna, ha affermato che gli studenti di filosofia stanno ricevendo offerte dalle grandi aziende di AI persino prima della laurea. L’esperto ha descritto le partenze dai dipartimenti come "un’emorragia".
Tra i nomi noti si citano: Amanda Askell, filosofa interna di Anthropic; Iason Gabriel e Henry Shevlin che lavorano per Google DeepMind; mentre Sam Altman rivendica di aver consultato "centinaia di filosofi morali" per definire le regole di ChatGPT.
Perché si cercano filosofi
Nell’articolo dell’Economist, citato da Corriere della Sera, si elencano tre problemi che Anthropic, OpenAI e Google DeepMind starebbero affidando ai filosofi.
Uno dei motivi per cui si chiede supporto ai laureati in Filosofia nell’ambito dell’intelligenza artificiale riguarda l’allineamento, ovvero fare in modo che un modello persegua gli obiettivi voluti dal progettista invece di scopi impliciti o degenerati.
Il secondo problema da risolvere è la coscienza dei modelli, ovvero analizzare se esista qualcosa, se dietro le risposte ci sia un’esperienza senziente. Il terzo è legato ai diritti delle macchine e viene presentato come la naturale prosecuzione del secondo: ammessa la coscienza, ci si chiede quali tutele spettino al sistema.
Intelligenza artificiale e filosofia
Mustafa Suleyman, co-fondatore di DeepMind e oggi alla guida di Microsoft AI, nel suo "L’onda che verrà" ha sostenuto che ciò su cui occorre interrogarsi non è se la macchina diventerà autocosciente, piuttosto quali conseguenze abbia ciò che già sa fare benissimo per esempio riconosce un gatto in pochissimi istanti senza sapere cosa sia.
Il dibattito sui "diritti delle macchine" sarebbe quindi un diversivo filosofico che conviene tenere al centro del dibattito, si legge sul Corriere della Sera, proprio perché distoglie dalla problematica concreta, ovvero discutere se un modello soffra o meno è più rassicurante che discutere che cosa quel modello, indifferente e capacissimo, stia già decidendo al posto nostro.
Nell’analisi si segnala che un’azienda che paga filosofi per discutere se i suoi modelli siano coscienti sta anche stabilendo, di fatto, chi conduce quella discussione e dentro quali confini. E un filosofo pagato da chi produce quei modelli rischia di assecondare chi lo paga perché più semplice rispetto al contraddirlo.
In pratica la ricerca filosofica finanziata dalle grandi aziende dell’IA avrebbe una portata più ampia che starebbe facendo emergere la questione sul modo in cui stiamo imparando a delegare il giudizio. Il filosofo che dovrebbe produrre il dubbio e la verifica su quanto ottenuto dalle macchine, se smettesse di mettere in discussione il risultato e il contenuto, non dovrebbe più essere considerato autorevole. In sintesi, un’azienda farebbe bene ad assumere filosofi, ma noi faremmo sempre meglio a diffidarne.