Perché per Paolo Crepet "siamo diventati più colti e più scemi"
Secondo Paolo Crepet, “siamo diventati colti e un po’ più scemi”: la riflessione del noto psichiatra sulla tecnologia, la cultura e l'infanzia
Il noto psichiatra e sociologo Paolo Crepet riflette sul rapporto tra tecnologia, memoria e desiderio, arrivando a definire la nostra epoca con una formula provocatoria: “Siamo diventati colti e un po’ più scemi”. Una frase che sintetizza, secondo lui, un cambiamento profondo nel modo in cui viviamo e apprendiamo. Le sue parole intrecciano ricordi personali, osservazioni sulla cultura e riflessioni sull’infanzia, offrendo uno sguardo critico sul presente.
Come siamo diventati per Paolo Crepet (e perché)
Dove ci porterà l’intelligenza artificiale? A rispondere a questa domanda è Paolo Crepet, intervistato da Damiano Realini a Lo Specchio sul canale YouTube RSI Info. “Quello che dicono tutti, amanti e odianti dell’intelligenza artificiale, è che ci porta al deskilling, cioè a una progressiva incapacità da parte degli umani di fare le cose. Questo è abbastanza evidente”, ha detto lo psichiatra.
“Non è la prima volta che questo accade, è sempre successo”. Ogni tecnologia, ricorda, ha sottratto qualcosa alle competenze umane, compresa la scrittura, che “ha impoverito la memoria“.
E per mostrare cosa significasse vivere in un mondo in cui la memoria era centrale, Crepet ha raccontato un’esperienza personale: l’incontro con un contadino della bassa Parmense. “Produceva dei salami artigianali buonissimi e ci si beveva su, ovviamente. A un certo punto, essendo rallegrata la compagnia, questo signore si alzò e cantò Verdi. Lui lo sapeva a memoria, tutto. Incredibile”.
Si trattava, ha spiegato, della “cultura cosiddetta orale” che “si tramandava di aia in aia”. Crepet ha anche citato il padre di Roberto Benigni: “Credo che sapesse a memoria anche l’Orlando furioso“. E questo non perché fossero studiosi, ma perché quelle opere “venivano tramandate” oralmente senza scrittura: “C’era l’ignoranza, ma anche parecchia memoria”, ha specificato il professore.
Da qui la sua conclusione: “Abbiamo fatto una sorta di legge del contrappasso: siamo diventati colti e un po’ più scemi“. La diffusione dell’alfabetizzazione ci ha sì resi più colti, ma allo stesso tempo, a suo avviso, ci ha privati di una capacità che un tempo era naturale, ovvero la memorizzazione.
Come dovrebbero essere i bambini secondo Crepet
Crepet ha proseguito la sua riflessione parlando di comfort zone e infanzia. “Io non mi sono mai trovato comodo nella comfort zone”, ha affermato, ironizzando che qualcuno potrebbe identificare in questo comportamento “una nevrosi”. Lui, però, non lo ha vissuto come un problema: non è mai stato fermo, e questo per lui è sempre stato un segnale positivo.
“Quando un bambino non sta mai fermo, la cosa ti preoccupa molto. Invece è un indice di desiderio. Il desiderio è anche fisico. È spaziale in tutte e due le interpretazioni dell’aggettivo: ‘spaziale’ nel senso che è uno spazio e ‘spaziale’ perché è prodigioso”.
Per questo sostiene che “i bambini dovrebbero essere sempre agitati, compresi quelli che sono agitati da soli, quelli che magari cercano l’agitazione in un angolo un po’ oscuro della casa”.
Crepet ha svelato che “da bambino giocavo a un gioco che mi ero inventato e che mi faceva compagnia. Si chiamava ‘il mio piccolo impero’. Creavo un mondo assolutamente irreale di cui evidentemente avevo bisogno”. Ha poi collegato questa immaginazione a una canzone: “Era Stairway to Heaven questa cosa qua. È sempre quella cosa lì di quei ragazzacci dei Led Zeppelin che dicevano che, per andare in paradiso, non puoi comprarti una scala d’oro“.
In quel brano, che lo psichiatra ha spiegato in un’intervista a Radio Bruno Brescia, i Led Zeppelin “prendevano in giro quella signora che pensava di averlo fatto”. È una critica “fantastica, ironica, surreale” a chi pensa che tutto si possa ottenere senza fatica.
Nella visione di Crepet, i bambini devono poter desiderare, muoversi, creare mondi propri. Non devono essere protetti da ogni mancanza o agitazione, ma accompagnati nel loro bisogno di esplorare e immaginare.