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Perché per Roberta Bruzzone i ragazzi di oggi sono "poveri"

Secondo Roberta Bruzzone "oggi moltissimi ragazzi sono poveri": la riflessione della psicologa sull'importanza del linguaggio per gestire le emozioni

Camilla Ferrandi

Camilla Ferrandi

GIORNALISTA

Nata e cresciuta a Grosseto, sono una giornalista pubblicista laureata in Scienze politiche. Nel 2016 decido di trasformare la passione per la scrittura in un lavoro, e da lì non mi sono più fermata. L’attualità è il mio pane quotidiano, i libri la mia via per evadere e viaggiare con la mente.

Dare un nome alle proprie emozioni è uno strumento utile a comprendere ciò che accade dentro di noi e ad affrontare anche i momenti più difficili. È da questa considerazione che parte la riflessione della criminologa e psicologa forense Roberta Bruzzone, che mette in relazione la capacità di esprimersi con quella di elaborare pensieri ed emozioni. L’esperta spiga che le parole servono anche a costruire quel dialogo interiore che permette a una persona di orientarsi, capire ciò che prova e gestire le proprie reazioni. Ma, secondo Bruzzone, i ragazzi di oggi sono "poveri" di linguaggio. E questa carenza, avverte, può avere conseguenze sul loro modo di pensare e di comportarsi.

Bruzzone spiega perché è importante dare un nome a ciò che si prova

"L’angoscia una strada la deve prendere. Se la mente non la elabora è perché non ha gli strumenti". In questo senso, "anche lì il linguaggio è fondamentale", ha affermato Roberta Bruzzone in un intervento pubblico ripreso in un reel Instagram.

La psicologa ha spiegato che le parole sono uno strumento attraverso cui la mente organizza la propria esperienza e riesce a dare un significato a ciò che accade. È attraverso il linguaggio che "io posso dare un nome a quello che sperimento, a quello che provo, e automaticamente sono in grado di affrontarlo, perché so nominarlo, so dargli un nome, so dargli un significato". Quindi, ha aggiunto, "riesco in qualche modo a gestire in un dialogo interiore quell’emozione negativa che mi disturba".

Bruzzone sui ragazzi "poveri" di linguaggio: l’avvertimento

Il problema, ha evidenziato Bruzzone, nasce quando "io non ho le parole con cui dare una connotazione a quello che provo" e "non riesco a nominare" le emozioni. Se manca la capacità di descrivere ciò che si sente, dice, diventa più difficile elaborare quell’esperienza e inserirla all’interno di un ragionamento.

La criminologa ha sottolineato che "moltissimi ragazzi oggi hanno una povertà di vocaboli straordinaria", e per questo "sono poveri": "È tutto un ‘coso, cosa’. Va tutto questo linguaggio allucinante". Il riferimento è quindi a una difficoltà nel trovare parole precise per descrivere ciò che si pensa e ciò che si prova, una carenza che, a suo avviso, va oltre la semplice comunicazione: "Il non saper parlare vuol dire non saper pensare. E se non sai pensare, vuol dire che quel dialogo interiore con te, che ti serve per stare al mondo e orientarti, non riesci a sostenerlo".

Quando le parole non sono disponibili, resta solo il linguaggio del comportamento: "Quindi quale altro linguaggio ti resta? Quello del comportamento, che è il vuoto della mente", ha avvertito l’esperta.

La psicologa forense ha raccontato che, nelle numerose sedute con ragazzi, molti di loro le hanno detto: "Ma io non lo so cosa mi è successo". E questo, ha ripreso Bruzzone, "è il vuoto della mente. Non è il vuoto del momento in cui la mente cede, il crollo psicotico o il collasso. È ‘non so dare un nome a quello che mi è successo’, che è una roba molto diversa", ha concluso.