Prof Galiano, lettera sul caso del bimbo lasciato a piedi dal bus
Il professor Enrico Galiano ha risposto a un utente che ha commentato sui social la notizia del bimbo lasciato a piedi da un autobus a Vodo di Cadore
Il professor Enrico Galiano è intervenuto sui social per commentare l’intervento di un utente sui social, che ha espresso la sua opinione su un caso che ha scosso profondamente l’opinione pubblica italiana. Il docente di Pordenone, molto popolare online, è intervenuto con una riflessione sulla vicenda del bambino lasciato a piedi da un’autobus in provincia di Belluno, perché non aveva il titolo di viaggio giusto. È dovuto tornare a casa a piedi sotto la neve e con temperature proibitive.
Il commento di un utente al caso del bimbo lasciato a piedi dal bus
Ha fatto scalpore sul web la risposta di un utente sui social alla notizia di un ragazzino di 11 anni che a Vodo di Cadore è stato fatto scendere dal bus perché aveva il biglietto sbagliato. La mamma gli aveva dato un ticket “normale”, non sapendo che la tariffa in occasione delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026 sarebbe aumentata. L’autista del mezzo, visto che l’11enne aveva un titolo di viaggio errato, non lo ha fatto salire. Lui non aveva con sé il telefonino e si è ritrovato a dover camminare da solo a piedi, sotto la neve e al freddo, per raggiungere casa sua. Ha percorso 6 chilometri, arrivando infreddolito, bagnato e con le labbra blu.
Un utente sui social, commentando uno dei tanti articoli sul caso avvenuto in provincia di Belluno, ha scritto: “Poi lamentatevi se crescono BAMBOCCIONI. La madre fa il biglietto sbagliato, l’autista segue le regole, ma lei denuncia e sospendono l’autista. Di chilometri a piedi, al freddo, la mia generazione ne ha fatti altro che 6: e ‘abbandono di minore’ non era un reato che esisteva o che, come concetto, ci piaceva un sacco, perché potevamo starcene e giocare per i c@@@i nostri”.
La risposta di prof Galiano al commentatore della notizia
“Caro commentatore, tu appena hai letto la notizia hai sentito il richiamo dell’epica“, così prof Galiano, che insegna lettere alle scuole medie in un istituto in provincia di Pordenone, ha iniziato la sua lettera indirizzata a questo utente. “Lì è partita una sfilata dei tuoi ricordi virili. Io alla sua età andavo a scuola a piedi in mezzo ai boschi e giù con scene da film d’avventura, neve fino alle ginocchia, scarpe di cartone, fossi saltati per lungo. E nessuno che si lamentava. Applausi”.
Prof Galiano ha sottolineato che sotto quel commento “è partita la sfida, il rilancio: io attraversavo fiumi in piena, saltando sui sassi, io affrontavo branchi di orsi inferociti pur di arrivare a scuola, io andavo a scuola con i lupi ed è così che sono diventato capobranco”. Secondo l’insegnante si tratta di “una specie di olimpiade del disagio, non il Guinness dei Primati, ma il Guinness delle privazioni“.
Nel suo intervento il docente si è rivolto al commentatore: “Ah, quanto fiero sei di te caro commentatore, convinto che quella sofferenza lì fosse un Master in Educazione emotiva. Peccato che tutte queste sofferenze abbiano prodotto dei danni enormi“, ha riflettuto Galiano. “Hanno prodotto adulti convinti che l’affetto sia un lusso, che la cura sia una debolezza, che chiedere aiuto sia una vergogna. Gente che ha imparato presto a cavarsela da sola, ma non ha imparato a farsi volere davvero bene. E che oggi a 50 e 60 anni ha una fame di attenzione tale da cercarlo ovunque questo affetto, nei commenti sotto i post, nei like messi a raffica, nei buongiornissimo condivisi all’alba come segnali di fumo”.
Enrico Galiano crede che sia giunto il momento di dirlo: “Non tutto ciò che ci ha fatto soffrire ci ha resi migliori. A volte ci ha solo resi più duri, più chiusi, meno capaci di proteggere chi viene dopo di noi”. Il professore ha dato poi una lezione a tutti: “Crescere non dovrebbe significare ‘Io ho sofferto, quindi adesso tocca a te’, ma l’esatto contrario. ‘Io ho sofferto, quindi cerco di evitare che succeda ancora‘. Ma finché continueremo a scambiare le cicatrici per medaglie, continueremo a passare il dolore come un testimone e a chiamarlo con una certa fierezza educazione”.
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