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Quanto guadagna un giovane laureato in Italia: i dati a confronto

Il confronto del governatore della Banca d'Italia tra lo stipendio di un giovane laureato in Italia e quello di un coetaneo in Germania o Francia

Camilla Ferrandi

Camilla Ferrandi

GIORNALISTA SOCIO-CULTURALE

Nata e cresciuta a Grosseto, sono una giornalista pubblicista laureata in Scienze politiche. Nel 2016 decido di trasformare la passione per la scrittura in un lavoro, e da lì non mi sono più fermata. L’attualità è il mio pane quotidiano, i libri la mia via per evadere e viaggiare con la mente.

Le parole pronunciate dal governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta all’Università di Messina offrono una fotografia chiara delle difficoltà strutturali che il nostro Paese sta affrontando: salari meno competitivi, percorsi professionali meno dinamici, un sistema di istruzione sottofinanziato e una crescente mobilità verso l’estero dei giovani più qualificati. A pesare sulla cosiddetta “fuga dei cervelli” è anche il confronto del salario percepito qui rispetto al resto d’Europa. Ma quanto guadagna un giovane laureato in Italia?

Il confronto tra i salari dei giovani laureati in Italia e in Europa

Il 15 gennaio il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha partecipato all’inaugurazione dell’anno accademico all’Università di Messina. L’occasione è stata utile per richiamare l’attenzione sulle fragilità strutturali del Paese e sul ruolo decisivo che istruzione, ricerca e valorizzazione dei giovani possono avere nel rilanciare crescita e competitività.

“Negli anni più recenti, circa un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all’estero, con incidenze più elevate tra ingegneri e informatici, figure professionali per le quali le imprese italiane segnalano una crescente carenza“, ha detto.

Il banchiere ha presentato un dato che spiega, in parte, la fuga dei laureati italiani all’estero: “Un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80 per cento in più di un coetaneo italiano, mentre il differenziale rispetto alla Francia è del 30 per cento. Si tratta di divari che si sono ampliati nel corso degli anni”. I salari considerati nello studio presentato da Panetta sono quelli dei lavoratori dipendenti laureati con meno di 39 anni (qui trovate un’indagine sugli stipendi dei neolaureati italiani).

Ma le differenze retributive non sono l’unica determinante. Da un lato c’è “il basso rendimento della formazione universitaria in Italia“, dall’altro “la ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di carriera più dinamici“. A queste motivazioni “si aggiungono spesso preferenze per contesti sociali ritenuti più attrattivi, così come la naturale curiosità verso mondi e stili di vita diversi da quelli di origine”.

Panetta ha evidenziato che la mobilità, di per sé, è un valore: arricchisce il bagaglio culturale e professionale dei singoli. Ma quando nasce da carenze del contesto di origine, diventa una “scelta onerosa” . E quando i giovani formati nelle università italiane non rientrano, ha puntualizzato, “la perdita riguarda l’intera collettività”.

A rendere il quadro più fragile c’è un ulteriore elemento portato all’attenzione dal governatore: “Tra i principali Paesi, l’Italia è quello con la quota più bassa di immigrati laureati. In un contesto in cui la competizione globale per attrarre talenti è divenuta intensa, questo rappresenta un ulteriore elemento di fragilità”.

Quanto investe l’Italia nell’istruzione

“L’esperienza mostra che, quando un’economia non dispone di professionalità adeguate, il progresso tecnologico tende ad ampliare le disuguaglianze: i lavoratori con competenze più elevate ne traggono beneficio, mentre quelli con livelli di istruzione più bassi rischiano di rimanere indietro. La tecnologia diventa quindi un fattore di inclusione solo se incontra una forza lavoro preparata a utilizzarla“, ha proseguito Panetta.

Per fare questo, la formazione è imprescindibile. Tuttavia, ha fatto notare, “le risorse pubbliche destinate all’istruzione sono meno del 4 per cento del PIL, quasi un punto in meno della media dell’Unione europea e il livello più basso tra le principali economie dell’area dell’euro”.

Il problema riguarda soprattutto l’istruzione universitaria: “L’Italia è l’unico grande Paese europeo in cui la spesa pubblica per studente universitario risulta significativamente inferiore a quella destinata alla scuola superiore. Negli altri Paesi, al contrario, l’investimento per studente cresce con il livello di istruzione”.

L’economista ha puntualizzato: “Un adeguamento della spesa per la formazione universitaria rafforzerebbe la qualità del sistema, valorizzando le elevate competenze già presenti negli atenei, potenziando il trasferimento tecnologico e creando condizioni più favorevoli allo sviluppo di imprese innovative e all’attrazione di ricercatori e docenti di profilo internazionale“.

Perché bisogna investire di più sull’istruzione (per Fabio Panetta)

Il governatore della Banca d’Italia ha ripreso: “Investire in istruzione, ricerca e formazione significa allora investire a un tempo nelle potenzialità del Paese e nelle aspirazioni dei singoli: nella capacità dei giovani di scegliere, di crescere, di contribuire a un’economia più dinamica e a una società più giusta”,

Panetta ha insistito sul fatto che il progresso delle società contemporanee si fonda su una “combinazione di conoscenza e innovazione”, ma anche sulla “qualità delle istituzioni” e “sull’impegno individuale”. Per questo, senza un investimento adeguato, l’Italia rischia di rimanere indietro nella competizione globale, perdendo talenti e opportunità di sviluppo.

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