Salta al contenuto
Si dice IA o AI? Interviene l'Accademia della Crusca iStock

Si dice IA o AI? L'Accademia della Crusca fa chiarezza

L'Accademia della Crusca è intervenuta per chiarire quale acronimo sarebbe preferibile nella lingua italiana per indicare l'intelligenza artificiale

Stefania Bernardini

Stefania Bernardini

GIORNALISTA

Giornalista professionista dal 2012, ha collaborato con le principali testate nazionali. Ha scritto e realizzato servizi Tv di cronaca, politica, scuola, economia e spettacolo. Ha esperienze nella redazione di testate giornalistiche online e Tv e lavora anche nell’ambito social

In Italia l’acronimo che viene usato per indicare l’intelligenza artificiale varia tra IA e AI. Il secondo è quello originale in lingua inglese, il primo sarebbe quello della lingua italiana. Se poi si guarda alla pronuncia verbale, la situazione crea ancora più confusione tra persone che pronunciano la formula breve inglese leggendola in italiano (quindi AI) e chi in inglese (ei ai). Sull’argomento è intervenuta l’Accademia della Crusca con una spiegazione che tiene conto della struttura del nostro idioma.

Il chiarimento dell’Accademia della Crusca su IA e AI

In una dichiarazione riportata da Adnkronos il 13 agosto il presidente onorario dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, ha invitato a preferire la sigla IA all’inglese AI quando in italiano si parla di intelligenza artificiale.

L’esperto ha spiegato che l’uso della forma inglese è un adeguamento ‘conformistico’ privo di reale necessità e distante dalla struttura della lingua nazionale. Il linguista collega la scelta terminologica al più ampio dibattito sull’uso degli anglicismi, spesso adottati senza mediazione critica anche quando esiste un’alternativa italiana pienamente funzionale. La questione, che a prima vista sembra solo grafica, tocca l’ordine delle parole, la pronuncia e la coerenza con l’italiano.

Marazzini ha osservato che l’ordine delle parole costituisce un elemento strutturale: l’italiano costruisce le proprie sigle seguendo la sequenza naturale della lingua (Intelligenza Artificiale – IA), mentre l’inglese la rovescia (Artificial Intelligence – AI).

Il linguista ha sostenuto che l’adozione indiscriminata dell’ordine straniero finisce per alterare le abitudini linguistiche e per introdurre una sorta di "doppia grammatica" implicita.

A ciò si aggiunge poi un problema di pronuncia: la forma AI oscilla tra la lettura all’italiana (‘a-i’) e quella all’inglese (‘eiai’), moltiplicando incertezze in aula, sui media e nei documenti pubblici. La sigla IA, al contrario, si legge in un unico modo e riflette l’ordine sintattico dell’espressione da cui deriva, evitando la frammentazione che il linguista definisce fonte di ulteriore confusione.

La proposta dell’Accademia della Crusca

La proposta del presidente onorario dell’Accademia della Crusca è quindi quella di utilizzare sistematicamente "IA", cioè le iniziali delle parole italiane.

Marazzini ha indicato che questa scelta sarebbe più coerente con la struttura della lingua ed eviterebbe ambiguità e oscillazioni nella pronuncia.

Le indicazioni nazionali del Ministero dell’Istruzione e del Merito, elaborate di recente e alle quali Marazzini ha collaborato, usano stabilmente IA come forma di riferimento nei documenti scolastici.

La stessa scelta è codificata dall’Accademia delle Scienze di Torino, dove il linguista dirige la Classe di Scienze morali, storiche e filologiche e che dedicherà all’intelligenza artificiale in ambito umanistico un convegno annunciato per ottobre 2026

Il nome improprio dell’intelligenza artificiale

Nel 2025 l’Accademia della Crusca ha dedicato inoltre un articolo che spiega perché il termine "intelligenza artificiale" sarebbe improprio per indicare la tecnologia.

L’accademico Lorenzo Tomasin ha riflettuto sul fatto che "se abbiamo stabilito che quella che chiamiamo intelligenza artificiale di fatto non è una forma d’intelligenza, perché di essa le mancano alcune caratteristiche fondamentali, è chiaro che l’artificiosità che ne caratterizza le tecniche non si applica a nulla di intelligente, né potenzia o migliora alcuna prestazione intellettiva. Perché, semplicemente, non sono intelligenza".

L’esperto ha ricordato che Galileo Galilei affermava che "i nomi e gli attributi si devono accomodare all’essenza delle cose, e non l’essenza ai nomi".

Nel caso dell’intelligenza artificiale, accertato il fatto che la nuova tecnologia non è una forma d’intelligenza, perché di essa le mancano alcune caratteristiche fondamentali, continuare a impiegare questa locuzione sarebbe improprio.