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ragazza molto stanca dallo studio IStock

Studiare tante ore significa davvero studiare meglio?

Gli studi mostrano che organizzare bene il tempo, distribuire il ripasso e proteggere il sonno può essere più utile che accumulare ore alla scrivania

Camilla Valerio

Camilla Valerio

GIORNALISTA ESPERTA DI QUESTIONI SOCIALI

Nata a Bolzano e cresciuta in giro per l’Italia sono una giornalista freelance e dottoranda in Scienze Politiche e della Comunicazione. Negli anni ho trasformato la passione per la scrittura e la divulgazione in un lavoro, occupandomi di cultura, questioni sociali e sport per diverse testate online.

  • Studiare più ore non significa automaticamente imparare di più: contano soprattutto qualità e organizzazione del tempo.
  • Distribuire lo studio nel tempo e usare strategie attive favorisce una memorizzazione più solida e duratura.
  • Pause e sonno aiutano a mantenere concentrazione e memoria, evitando che troppe ore consecutive diventino controproducenti.

Quando un esame o una verifica si avvicinano, è facile pensare che aumentare le ore passate sui libri sia il modo più sicuro per ottenere risultati migliori. Interi pomeriggi alla scrivania e sessioni fino a tarda notte diventano così sinonimo di impegno. Ma il tempo dedicato allo studio non coincide necessariamente con il tempo in cui si sta realmente imparando. Le ricerche sulla memoria mostrano che la qualità e la distribuzione dello studio contano almeno quanto la quantità: accumulare ore può servire, ma oltre un certo punto stanchezza, distrazioni e strategie poco efficaci riducono il rendimento.

Più ore di studio significano risultati migliori?

È intuitivo pensare che una persona che studia sei ore impari più di una che ne studia due. In parte è vero: per comprendere un argomento, esercitarsi e memorizzare servono tempo e impegno. Il problema nasce quando si considera il numero di ore come indicatore principale della qualità dello studio.

Due persone possono trascorrere lo stesso tempo sui libri ottenendo risultati molto diversi. Rileggere passivamente per cinque ore, interrompersi continuamente per controllare il telefono o continuare a studiare quando la stanchezza impedisce ormai di concentrarsi non equivale a cinque ore di apprendimento efficace.

La psicologia cognitiva offre indicazioni importanti. Uno dei fenomeni più studiati è lo spacing effect, secondo cui distribuire l’apprendimento nel tempo permette generalmente di ricordare le informazioni più a lungo rispetto a concentrarlo in un’unica sessione. Una vasta meta-analisi condotta da Nicholas Cepeda e colleghi ha preso in esame 317 esperimenti e 839 valutazioni dell’apprendimento distribuito, confermando il vantaggio della pratica intervallata rispetto a quella concentrata.

Conta anche il metodo ovvero cosa si fa realmente durante quelle ore di studio. Strategie attive come provare a ricordare un concetto senza guardare il libro, rispondere a domande, studiare in gruppo, fare esercizi o spiegare ad alta voce ciò che si è studiato richiedono uno sforzo maggiore rispetto alla semplice rilettura, ma sono generalmente più efficaci per l’apprendimento a lungo termine.

Esiste poi il problema dell’attenzione. Mantenere per molte ore consecutive lo stesso livello di concentrazione è difficile. Con l’aumentare della fatica diventa più facile leggere una pagina senza assimilarla, commettere errori o impiegare molto più tempo per svolgere attività che, da riposati, richiederebbero pochi minuti.

Per questo è difficile stabilire un numero di ore "giusto" valido per chiunque. La quantità necessaria cambia in base alla materia, alla difficoltà dell’argomento, alle conoscenze di partenza e all’obiettivo. Preparare un esame universitario richiede inevitabilmente un investimento di tempo diverso rispetto al ripasso per una verifica, ma in entrambi i casi contare soltanto le ore rischia di essere fuorviante.

Come rendere più efficaci le ore dedicate allo studio

Se studiare di più non significa automaticamente studiare meglio, la soluzione non è necessariamente ridurre il tempo passato sui libri. È soprattutto necessario organizzarlo in modo più efficace.

La prima strategia consiste nel distribuire lo studio. Preparare un esame nell’arco di diverse settimane permette di alternare apprendimento, recupero delle informazioni e ripasso. La ricerca di Cepeda e colleghi mostra inoltre che non esiste un intervallo perfetto tra due sessioni: la distanza ideale dipende anche da quanto a lungo bisognerà ricordare un’informazione. In generale, però, distanziare le occasioni di studio favorisce la memorizzazione a lungo termine.

Anche le pause hanno una funzione importante. Interrompere periodicamente un’attività impegnativa permette di contrastare l’affaticamento e recuperare attenzione. Questo non significa che sia obbligatorio seguire schemi rigidi, come studiare esattamente 25 o 50 minuti: le necessità cambiano da persona a persona e in base al compito. Una pausa diventa utile soprattutto quando permette di riprendere il lavoro con un livello di concentrazione maggiore. Molti studenti hanno sperimentato il metodo Pomodoro e ne hanno tratto grande beneficio.

Un altro elemento spesso sacrificato per aumentare le ore di studio è il sonno. Studiare fino a notte fonda può dare l’impressione di guadagnare tempo, ma dormire svolge un ruolo fondamentale nei processi di apprendimento e consolidamento della memoria.

Uno studio del MIT su persone universitarie, basato su misurazioni oggettive del sonno attraverso dispositivi indossabili, ha trovato un’associazione tra qualità, durata e regolarità del sonno e migliori risultati accademici. Un dato particolarmente interessante riguarda il momento in cui si dorme: non è soltanto la notte immediatamente precedente a un esame a essere importante, ma la qualità del sonno durante l’intero periodo in cui avviene l’apprendimento.

Rinunciare sistematicamente al sonno per aggiungere altre ore sui libri può quindi diventare un cattivo investimento. Si studia più a lungo, ma nelle ore successive attenzione e memoria possono funzionare peggio.

Infine, è utile distinguere tra tempo alla scrivania e tempo di studio effettivo. Trascorrere un pomeriggio davanti a un libro mentre si alternano messaggi, social, video e altre distrazioni può creare l’impressione di aver studiato per molte ore. Misurare invece ciò che si è realmente fatto – quanti argomenti si riescono a spiegare senza appunti, quali esercizi si sanno risolvere, quali concetti devono ancora essere ripassati – offre un’indicazione molto più utile. A questo scopo può essere utile scrivere una lista di obiettivi giornalieri tangibili e realistici.

Anche fermarsi al momento giusto può essere una strategia. Se dopo ore di lavoro si continua a rileggere la stessa pagina senza riuscire a ricordarla, aggiungere altro tempo difficilmente risolve il problema. Una pausa, una notte di sonno o un po’ di attività fisica possono essere più produttivi di un’altra ora trascorsa sui libri.

Il numero di ore rimane quindi importante: imparare richiede tempo e non esistono scorciatoie che permettano di preparare argomenti complessi senza studiare. Ma più tempo non equivale automaticamente a più apprendimento. Distribuire le sessioni, utilizzare strategie attive, concedersi pause e proteggere il sonno permette di sfruttare meglio le ore disponibili. In fondo, il parametro più utile non è quanto a lungo si è rimasti alla scrivania, ma quanto di quel tempo si è trasformato davvero in conoscenze che si riescono a recuperare e utilizzare.