Studio sulla Divina Commedia: la scoperta sull'Inferno di Dante
La struttura dell'Inferno immaginata dal Sommo Poeta sarebbe simile a un grande evento astronomico secondo uno studio di un'università americana
L’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri è la cantica più bella e più studiata delle tre che compongono l’opera. Corrisponde al primo dei Tre Regni dell’Oltretomba dove regna Lucifero ed è il primo luogo visitato dal Sommo Poeta nel suo pellegrinaggio ultraterreno, accompagnato da Virgilio. Un nuovo studio ha ipotizzato che la struttura di questo ambiente sia simile a un grande evento astronomico.
Lo studio sull’Inferno di Dante
Uno studio guidato da Timothy Burbery, della Marshall University negli Stati Uniti, e presentato a Vienna, nell’assemblea generale dell’Unione europea di geoscienze (Egu), ha ipotizzato un’analogia tra la struttura dell’Inferno immaginata da Dante Alighieri e il risultato dell’impatto di un grande meteorite, con crateri ad anelli concentrici prodotti dalle onde d’urto.
La caduta di Lucifero e le conseguenze sulla Terra sarebbero simili a quanto accadrebbe se sul pianeta cadesse un grande astro proveniente dallo Spazio.
Nella Divina Commedia, infatti, Dante racconta la caduta di Lucifero dal cielo, mentre la Terra tenta di sfuggire dal contatto con l’angelo ribelle ritirandosi e producendo così un vuoto fino al centro del pianeta. Una dinamica che porta alla formazione, dall’altra parte del pianeta, di un cono rovesciato, la montagna del Purgatorio.
La rilettura sull’impatto di un meteorite
La descrizione di Dante Alighieri, per uno studioso di meteore e asteroidi di oggi, ricorda eventi come l’enorme impatto di Chicxulub, che circa 66 milioni di anni fa portò alla fine dei dinosauri.
Timothy Burbery propone quindi di rileggere la caduta di Lucifero come l’impatto di un corpo oblungo, delle dimensioni di un asteroide e con una forma simile all’oggetto interstellare Oumuamua, capace di rimanere compatto senza vaporizzarsi bruciando nell’atmosfera e di penetrare in profondità.
In quest’ottica, secondo lo studioso dell’università americana, i nove cerchi dell’Inferno non sono più semplici livelli simbolici di peccato, ma piuttosto una descrizione accurata della morfologia concentrica e terrazzata che si riscontra nei bacini da impatto multi-anello in tutto il Sistema Solare, dalla Luna a Venere.
Questi parallelismi ipotizzati da Burbery non hanno riscontri scientificamente validi ma l’autore della ricerca sottolinea che le visioni di Dante hanno saputo in qualche modo immaginare una fisica realistica e probabilmente contribuito a offrire spunti, secoli dopo, nella comprensione delle dinamiche celesti.
La struttura della Divina Commedia
La Divina Commedia di Dante Alighieri è un poema allegorico-didascalico ed escatologico, scritto in terzine incatenate di endecasillabi (poi chiamate per antonomasia terzine dantesche) in lingua volgare fiorentina.
Questo testo, conosciuto e studiato in tutto il mondo, è universalmente ritenuto una delle più grandi opere della letteratura di tutti i tempi, nonché una delle più importanti testimonianze della civiltà medievale.
Il poema è diviso in tre parti, chiamate "cantiche" che sono Inferno, Purgatorio e Paradiso, ognuna delle quali è composta da 33 canti, tranne l’Inferno, che contiene un ulteriore canto proemiale, formati da un numero variabile di versi, fra 115 e 160, strutturati in terzine.
Il poeta narra di un viaggio immaginario, ovvero di un Itinerarium mentis in Deum, attraverso i tre regni ultraterreni che lo condurrà fino alla visione della Trinità. È da notare che tutte e tre le cantiche terminano con la parola "stelle": l’ultima frase dell’Inferno è "E quindi uscimmo a riveder le stelle"; del Purgatorio è "Puro e disposto a salir a le stelle"; del Paradiso è "L’amor che move il sole e l’altre stelle".
L’opera ha contribuito in maniera determinante al processo di consolidamento del dialetto toscano come lingua italiana.